Il mondo nuovo. I fact-checkers

Quest’immagine vi spiazza oppure no? Prima ancora di mostrarvela su Facebook, sono accadute N cose dietro le vostre spalle, per decidere come influenzarvi.

Ieri do un’occhiata a Facebook e mi trovo davanti, nel flusso di contenuti, questa roba che vedete qui sopra.
Un certo tipo di “allenamento” fa sì che un secondo dopo averla vista avevo già intuito tutto quel che c’era da sapere. Anche perché avevo già guardato il video mesi fa, e conosco i miei polli (i guardiani dell’informazione).

Mi sembra utile però chiarire, perché ci sono diversi aspetti poco ovvi e/o inquietanti.

 

Quel che si vede

La pagina FB Ontologismi ha condiviso un video a cui FB applica questa semi-censura, che pretende di essere basata sulla verifica oggettiva dei fatti.

Il contenuto del filmato è evidente e non soggetto ad interpretazioni: un presunto immigrato africano che indossa una tuta del Milan sta andando in bici sulla corsia del tram. Il tram gli segnala di farsi da parte, lui invece si ferma costringendo il tramviere a fare altrettanto. Urla qualcosa, distrugge i tergicristallo del mezzo pubblico e se ne va.

Questo è il come. Ma chi era? Un immigrato recente, un cittadino già integrato?
Dove è avvenuto il fatto? Quando? Perché?

Qualche dettaglio ce lo dà uno dei famosi fact-checkers che i media invocano come salvatori della verità, Butac. La scena si svolge in Francia e risale a qualche tempo fa, almeno un anno, ma la cosa ha un’importanza relativa. Il resto non lo sappiamo.

Certamente lo stemma del Milan ben visibile può far pensare che la scena si svolga in Italia, e di solito chi condivide il link non immagina che invece non è così.

Sul quando a dirla tutta Ontologismi non è esente da colpe, perché pubblica il video senza spiegazioni, corredato da un “Buongiornissimo” che sembra sottintendere “Ecco qua, ci svegliamo così, questo è il mondo di oggi, questo è un evento fresco fresco”.
In seguito Ontologismi ha precisato, in maniera che mi lascia qualche dubbio: “Scusate, era un post programmato per pubblicazione automatica. Dev’esserci stato un errore nella datazione.”

In sintesi al video così presentato possiamo imputare due “errori”: nel sottotesto immaginiamo che si tratti di una notizia 1. attuale e 2. svoltasi in Italia.
C’è in realtà un terzo contenuto implicito discutibile, ed è il più importante: l’impressione che gli immigrati violenti siano moltissimi, rafforzata dalla pubblicità che ottengono eventi di vandalismo come quello ritratto.

 

L’intervento della censura

Epperò… L’evento c’è, è autentico, per quanto minimo. Questo è il punto essenziale.

Già solo il fatto che l’immagine sia desaturata, trasformata in un’ombra grigia, e che si richieda uno sforzo consapevole per cliccare su “guarda il video” riesce a limitarne enormemente la diffusione e la credibilità.

Il messaggio da parte dei gestori del social network è molto forte e diretto, e suona così:
-Attenzione, il contenuto di questa notizia è falso.
-Attenzione, abbiamo fatto verificare la cosa da chi per professione verifica dove stia la verità, e si tratta di ricercatori indipendenti, non di parte.
-Attenzione, dovresti cominciare a domandarti se questa persona che segui è credibile, visto che spaccia materiale falso.

L’impatto non è certo secondario!

 

Personalmente non ho fatto molta fatica a trovare la pagina sull’argomento scritta dallo “sbufalatore” Butac, che ho linkato qui sopra. Pagina però che, a parte le due osservazioni di contorno su luogo e data (vaga, nel passato), non ha nulla da aggiungere se non sue opinioni personali, dunque non sbufala un bel niente!

 

Ma Facebook, al lettore italiano ignaro, propone invece un fact-checking… in lingua croata! Questo è quel che ottiene chi clicca su “Scopri perché”.
Il che pare più che strano: un malizioso direbbe che a fornire smentite in una lingua sconosciuta si evita di far sapere al lettore sprovveduto che la smentita non smentisce nulla…
Infatti in cosa consiste quel fact-checking? Nel dire che il video non è ambientato in Croazia! E grazie al beep!

Ma posso vedere i miei contenuti proattivamente ostacolati dai padroni del più grande social network con un pretesto del genere?

In realtà mi aspetto che la storia sia un po’ diversa ed anche più semplice. Organizzare una parvenza di controllo delle notizie, a prescindere dall’attendibilità, già semplicemente collegando contenuti sospetti ad articoli correlati su siti amici, è una impresa non da poco. Per questo immagino sia in gran parte automatizzata. Il fact-checking croato ed inconcludente sarebbe cioè solo un’associazione errata, sperabilmente un errore di gioventù dell’algoritmo.

Non dobbiamo perdere di vista l’essenziale: la “verifica delle notizie” proposta era completamente sbagliata ed inaccettabile; al contrario la “notizia” smentita era vera.
Ancora una volta, disinformazione calata dall’alto.

 

Ma il problema è più profondo.

Classificare i contenuti e collegarli a pagine di fact-checking: più è automatico, più diventa privo di senso e di intelligenza.
Più è gestito da umani, invece, e più diventa occasione di abusi, straordinari abusi.

Non può esistere un criterio sicuro per dare patenti di verità.

 

E chi finge che sia così ci sta preparando a subire una verità ufficiale.
Siccome non è pensabile che chi ama la verità creda necessario imporla con la forza (l’evidenza si difende benissimo da sola!), le istituzioni che difendono verità ufficiali finiscono inevitabilmente per cadere nelle mani di chi ha come obiettivo preciso il sovvertimento della verità.

In altre parole il concetto stesso di fact-checking è il contrario di ciò che pretende di essere.

Per questo fa ridere, o piangere, chi parla di controllori “indipendenti”.

Ed infatti si tratta sempre della stessa compagnia di giro. Chi comanda sa a chi affidare il controllo, secondo rigidi criteri di appartenenza e convergenza ideologica.

 

Così come risulta scontata la scelta dei bersagli: agli amici si evita di rinfacciare qualche scivolone pesantissimo, anche giudiziario.
A Trump si fanno fact-checking su ogni minimo dettaglio, giocando sulle parole e sui cavilli formali, ed anche attraverso fonti vergognosamente false (si veda il caso dell’idrossiclorochina, nominata dal nostro carotone e dunque da bocciare secondo i giornalisti ed il mondo delle persone che contano, anche attraverso uno studio finto pubblicato nientemeno che su Lancet!)

Clamorosa la polemica recente, quando Twitter ha preteso di smentire Trump che parlava di rischi di brogli nelle elezioni di fine anno: bollando come tendenzioso e dimostrabilmente scorretto -in nome della verità- un punto di vista su quel che accadrà in futuro…
Tra l’altro curioso il comportamento di Twitter, che per anni mi ha proposto come “contenuti suggeriti” praticamente i soli tweet di Trump, visto che tutti gli altri miei contatti evidentemente erano non meritevoli di promozione, mentre per Trump si poteva fare un’eccezione…
Dopo il tweet maledetto, mentre infuriavano le polemiche tra la Casa Bianca e le piattaforme social, improvvisamente Twitter ha rimosso Trump dai tweet suggeriti e hanno preso ad apparire contenuti di Laura Ingraham e di un altro tizio… Ora però il social dell’uccellino azzurro è tornato di nuovo a propormi il solo Trump. Per una settimana solamente, nella gara a chi è più deplorable, Trump era scivolato più in basso persino dei suoi seguaci, secondo i controllori…

 

Le fake news e le finte verità ufficiali sono vecchie come il mondo.

Non è solo storia recente, attenzione, anche se ormai si sta esagerando grazie al dispiegamento di mezzi e alla polarizzazione delle opinioni.
Ricordiamo il caso famoso della conduttrice Candy Crowley che fece un fact-checking in diretta a Mitt Romney, durante un dibattito con Obama in vista delle elezioni del 2012, svestendo i panni formali di moderatrice imparziale (imparzialità a cui già prima non credeva nessuno) per contestare Romney. Poco importa che i fatti fossero oggettivamente dalla parte del candidato repubblicano: la voce dei media aveva parlato, ancora una volta. La verità dei fatti doveva soccombere all’impressione della verità mediata dai buoni.

Non mi dilungo, potremmo fare esempi a non finire, in tutte le epoche.

Ricordo quei giornalisti temerari che chiamarono Bill Clinton “il primo presidente degli Stati Uniti nero”, quasi a sostenere che fosse talmente vicino ai neri americani, nella sua storia personale e/o nelle scelte politiche, da meritare il titolo di Black American ad honorem… Già altri tempi, è il caso di dirlo.
Ma un occhio smaliziato poteva cogliere un segno: se riceve questo tipo di lode, probabilmente è vero il contrario. Dev’essere un bianco sudista razzista, cresciuto politicamente all’ombra dei peggiori rappresentanti del Partito Democratico dell’Arkansas: espressione del Ku Klux Klan e figli della segregazione razziale.

Straordinariamente simile a quello di Clinton il caso di Vittorio Emanuele II di Savoia, passato alla storia come “Il re galantuomo” per l’ottima ragione che la propaganda doveva muoversi preventivamente per proteggerlo dalle critiche. Affermando la nobiltà d’animo di uno dei più villani figli d’uomo che abbiano mai avuto la ventura di diventare re. Tattica efficace, no? Una volta fissato nella mente di tutti un concetto, difficile arrivare a credere che sia vero l’esatto contrario.

 

Background.

Ma torniamo un momento alla foto d’apertura.
Ontologismi è gestita da Alessandro Benigni, professore di filosofia che ha, ritengo, meriti notevoli per essersi battuto (fatemi dire, con virile coraggio) contro i nemici della civiltà che oggi imperversano: su argomenti quali l’eutanasia, l’aborto, la teoria gender, l’utero in affitto, la censura. Venendo attaccato pesantemente per questo, da parte dei soliti paladini dell’ Odiare ti costa a targhe alterne.

Tra l’altro io e lui abbiamo una storia particolare: anni fa mi tolse l’amicizia FB perché dal suo punto di vista avevo parlato troppo male dell’Islam moderato; in seguito me la chiese di nuovo, forse dimenticandosi del pregresso, ma recentemente me l’ha tolta un’altra volta, perché avrei osato non mostrare la necessaria deferenza nei confronti del suo amato professor Emanuele Severino, in occasione della recente scomparsa dell’illustre barone della filosofia italiana. (Severino, per la cronaca, è stato secondo me un personaggio tossico, negativo, uno di quei cattivi maestri che dall’altro della loro posizione di prestigio hanno ammorbato per decenni la cultura, imponendo solenni, penose fesserie grazie alle loro grandi doti dialettiche ed erudizione.)
Ritrovo perciò in Benigni, pur stimandolo, un errore di atteggiamento che ho riscontrato più volte in buoni cattolici di cultura elevata, anche preti: una difesa corporativa dell’establishment della filosofia che li porta lontani dall’essenziale, dall’ordine mentale e dal vero.

Eppure a fronte di queste posizioni personalissime ed anomale, pagine Facebook come Ontologismi continuano a rilanciare messaggi intelligenti, spesso controcorrente, a dare voce a chi viene schiacciato, a mettere in dubbio i racconti che calano dall’alto.

 

Vengono così sottoposti ad interventi di censura in varia forma, dallo shadowbanning alla chiusura temporanea o permanente. Ontologismi è stata maltrattata molte volte per questo: non esprime idee approvate da chi comanda.
Non so se ci rendiamo conto quanto gradualmente la nostra civiltà basata sull’ideale -almeno proclamato- di libertà si stia tramutando nel suo contrario.

 

Sta di fatto che l’effetto netto della censura è estremamente negativo anche sulle idee delle vittime.
Vedo molti che stanno pian piano riposizionandosi: chiusi nell’angolo, divenuti sospettosi di tutto, abituati a vedere incredibili panzane fatte passare come “scienza”, non credono più alla scienza ed agli esperti, si rivolgono sempre di più ad imbonitori e crackpot.
Finiscono per strizzare l’occhio ad un pubblico di destra “populista” che tende ad assomigliarsi e provincializzarsi sempre di più: un po’ complottista, antivaccinista, contro la teoria dell’evoluzione, anti-sistema in forme velleitarie e degeneri…

Si scende sempre più in basso, spinti dal confronto con un nemico troppo potente e scorretto. Che si sente ancor più validato, nella sua allucinazione, a vedere ovunque i segni di una degenerazione della società, che pretende di aver predetto mentre invece ha contribuito a causarla!

 

 

In conclusione: la paura ha un senso più profondo delle teorie.

Per quanto riguarda il video di partenza…
Va riconosciuto il problema presente nel sottotesto: alimenta un allarmismo in forma indiretta, dato che niente di preciso è affermato esplicitamente, ma il contenuto condiviso tende a produrre reazioni prevedibili e volute.
Vedere un atto vandalico privo del contesto, rilanciato ad ondate ogni tot mesi secondo i meccanismi della diffusione virale, porta a giudizi affrettati, generando un senso di pericolosità e mancanza di regole che non è proporzionato all’evento stesso.

È vero, diciamolo. Non hanno tutti i torti i cosiddetti progressisti: la gente tende ad attribuire colpe collettive, a sopravvalutare l’incidenza degli immigrati sulla popolazione, e dei crimini commessi da immigrati sul totale dei crimini.
Soprattutto tende ad agire di pancia, ed una foto o video “ghiotti” sono occasioni che vengono sfruttate a lungo, rimbalzando da nazione a nazione, per stimolare il piacere di sputare rabbia.
Giornalisti invecchiati male come Vittorio Feltri sono solo un esempio del tipo di professionista che riesce a ritagliarsi uno spazio proprio col solleticare volgarmente certi bassi istinti.
Dobbiamo dircelo, onestamente, facendo un esame di coscienza, anche noi che non sottoscriviamo i mantra del progressismo.

 

Progressismo che però, come si vede bene in questi giorni, è la fonte principale di questa idea scellerata: che esistano colpe collettive. Black Lives Matter è un esempio eclatante di quanto profondo e radicato sia oggi il razzismo, proprio da parte di quelli che si autodefiniscono antirazzisti.

 

Ma c’è di più. La paura, la diffidenza e l’ostilità possono, sì, portare ad esagerare un problema, come ad esempio gli atti di violenza gratuita compiuti da immigrati in Europa.
D’altra parte la reazione emotiva, che amplifica la percezione di un pericolo, risponde a precise esigenze di autoconservazione: come specie, se non fossimo predisposti a generare risposte non lineari ad un segnale di pericolo, ci saremmo estinti da subito.

Chi oggi vede un problema nell’immigrato sta forse razionalizzando male, in maniera indifendibile, una sensazione istintiva.
Ma la sensazione è assolutamente corretta.

È vero, magari il tizio del video che rompe i tergicristalli aveva la cittadinanza francese. Ma questo non cambia nulla, se non il fatto che diventa sempre più impossibile allontanare immigrati pericolosi, pur radicalmente ostili alla nostra stessa civiltà.

Magari aveva sue ragioni, un litigio precedente, per fare ciò che ha fatto. E quindi? L’esperienza ormai comune è che, per ogni filmato fatto rimbalzare in rete, esistono innumerevoli esempi di violenze ed abusi che non vengono rilevati, se non dalle persone presenti in quel momento.
E spesso sentiamo di atti del tutto gratuiti, segno di un totale disadattamento alla società moderna.

Fosse stato un gesto isolato, una novità, avremmo reagito soprattutto con stupore.
Invece sappiamo che c’è molto di più dietro, per quanto gli aperti e ragionevoli vogliano minimizzare e scusare.
L’istinto ci dice che l’Europa (e non solo) è fatta oggetto di un’invasione: un’immigrazione dalle modalità assolutamente sbagliate, troppo grande e troppo in fretta, e proprio in un momento di crisi e debolezza del Vecchio Continente. Un esperimento sociale suicida. Una trasformazione demografica in sé abbastanza inevitabile, ma spinta oltre ogni ragionevolezza da una parte politica che sfrutta effetto branco, ricatti morali e sensi di colpa camuffati da buoni sentimenti.

 

E in tutto questo il colore della pelle non c’entra assolutamente nulla. Tra l’altro gli immigrati più problematici, a gioco lungo, sono gli Islamici, che quasi sempre potrebbero passare, quanto all’aspetto, per Italiani.

Attenzione: una volta creato lo scontro sociale, molta gente semplice se la prende(rà) anche con il colore della pelle.
Quando si ha a che fare con grandi numeri è inutile prendersela con l’ignoranza delle masse. Le masse non le puoi cambiare.
Bisognava (per quanto possibile) evitare di creare questo senso di scontro inevitabile tra gruppi etnici.

 

No, non è bello sbattere il cattivo nero in prima pagina. La gente reagisce in maniera scorretta.
Ma chi gestisce l’informazione, ed insiste ad insegnarci che non dovremmo credere ai nostri ingannevoli occhi, ha gravi responsabilità.
Nel momento in cui si munisce di nuovi strumenti tecnologici per meglio imporci le sue idee, diventa ancor più chiaramente un oppressore, nemico della verità.

Un commento:

  1. Grazie, interessante !

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