Pseudo-Omelie 17 – Mancano Operai

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

 

Quale potrebbe essere il fil rouge di questa domenica?

A collegare la promessa di Dio Padre a Mosè e la chiamata degli apostoli di Gesù: l’esistenza di un piano di salvezza.

Dio si sceglie un popolo speciale; Gesù dice ai suoi di non andare a predicare a tutti, ma concentrarsi proprio su quel popolo.

E come mai?
Possiamo sempre giocarla sul mistero, ma la spiegazione che solitamente ci diamo, che davo anch’io, ed è valida, è quella che prevede un percorso, uno sviluppo graduale.
Prima si lavora a consolidare una base, e solo in un secondo momento il lavoro si sposta sulla missione verso i distanti.

Benissimo.
Però, a riascoltare il brano del Vangelo oggi…

Anche grazie alla scelta della lettura, al taglio che è stato dato, per come entrano in relazione le due situazioni descritte, mi viene spontanea una riflessione, molto amara. Sentite, infatti:

Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli:
[…] «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. […]».

Viene da aggiungere: e certo, c’era già fin troppa desolazione nell’orizzonte immediato, nel loro popolo confuso e senza pastore, per pensare di poter partire già di slancio a conquistare il mondo.

Va bene, il taglio che ho operato cambia il testo, saldando direttamente l’osservazione di Gesù ai discepoli, sul fatto che mancavano “operai” per tutta quella messe, con invece le disposizioni speciali date, sempre da Gesù, ai suoi nuovi inviati scelti, gli Apostoli.

Questa mia piccola forzatura però credo che ci sveli un aspetto che rischiavamo di non considerare, e che potrebbe essere già nelle intenzioni dell’evangelista: è lo smarrimento, l’impreparazione, la mancanza di guida dei vicini, che consiglia come partire nella predicazione; e questo corrisponde anche, evidentemente, ad una degenerazione della fede del popolo originalmente scelto da Dio.

Sono senza guida perché cercano solo segni e miracoli (Gv 4,48), e rincorrono le vane speranze di finti messia carichi di promesse; perché sono perduti in un labirinto di secondo me, hanno una fede vuota, portata avanti meccanicamente, per salvare la faccia, e molti non credono proprio. Specialmente tra quelli che dovrebbero essere guide e leader religiosi.

Quel popolo smarrito siamo anche noi. Specialmente noi, oggi, nella prima metà del XXI secolo…
L’umanità è sempre quella, le storie si ripetono anche per la storia della Chiesa…

 

Ripartire significa intanto prendere coscienza di quanto siamo caduti in basso.

Ecco, secondo me è come se anche oggi Gesù ci dicesse, a ciascuno di noi, à la Jordan Peterson: prima di andare a cambiare il mondo, comincia a mettere a posto la tua stanza.
La prima missione, specialmente quando la struttura è compromessa, la si fa sotto casa, salvando il salvabile e ricostruendo, non pensando di poter conquistare alla fede popoli di altri continenti.

In quest’epoca disgraziata abbiamo missionari in Amazzonia che si vantano di non aver mai battezzato nessuno in decenni di missione.
Un papa che rimprovera chi “fa proselitismo“, cioè porta dei nuovi convertiti dentro la Chiesa.
Commissariamenti di congregazioni religiose ritenute, diciamocelo, troppo cattoliche: troppo centrate su preghiera, contemplazione, penitenza, mantenimento della tradizione.
Preti micro-superstar che cantano canzonette all’altare con la maglia della Juve, liturgie con balletti dall’aria ambigua; liturgie massacrate, arte sacra che rende increduli, architetture non ne parliamo, scenografie dubbie o dal vago sentore satanico…
Semi-pretesse attiviste di parrocchia che nel mondo tedescofono fanno quasi tutto durante la messa al posto del prete… abbiamo visto di tutto davvero.
Inclusi i preti sudamericani che vivono con una donna, alla luce del sole, more uxorio, con tanto di prole numerosa al seguito; o gli attivisti gay trionfanti in seminario, nei “media cattolici” e ai convegni; gli enti religiosi di tutti i tipi colonizzati e controllati da nemici dichiarati o da chi passivamente, senza animosità, senza tanto parere, esegue comunque gli ordini del nemico.
E sto solo citando al volo le prime cose che mi sono venute in mente.

Possiamo stupirci che da questo caos venga fuori una confusione dottrinale, quando non un aperto rifiuto della dottrina, in quegli uomini che in teoria avrebbero solo il compito di confermare nella fede, senza cambiarla?

Guide indegne, che allontanano molti dalla fede mentre cercano di blandire chi li disprezza, o cercano il quieto vivere: non ne otterranno niente, ma intanto sono convinti che il futuro stia lì, nell’aggiornamento che consiste in una resa, nel non avere più coraggio di portare avanti una proposta.

Inutile oggi pensare di convertire il mondo, bisogna comunque ricostruire prima, da questo cumulo di macerie.

Difficile invertire il trend, forse siamo ancora nella fase di accelerazione dello sbraco. Ma a gioco lungo la strada indicata è quella delle parole di Gesù Cristo, del Vangelo di questa domenica.
Strada che peraltro porterebbe anche, con un impegno ben centrato sul Vangelo, ad attirare nuovi operai per la messe: nuove vocazioni, di cui c’è disperato bisogno.

Del resto già oggi le vocazioni si stanno concentrando su ambienti e seminari controcorrente, che riscoprono la tradizione e rigettano le mode liturgiche e le parole d’ordine dettate dai media.

 

Due precisazioni però, attenzione!

È veramente troppo facile prendersela con i preti oggi.

1- Lungi da me fare la parte del laico che, adagiato sulla propria comoda vita disimpegnata, lancia strali e pretende di insegnare ai preti quel che devono assolutamente fare.
L’ho detto, il richiamo a ripartire, ricostruire e consolidare è rivolto a tutti noi. E la degenerazione del clero non è che un sintomo di un’epoca decadente a cui partecipiamo tutti, e spesso noi laici di più.

Preti bravi ce ne sono tanti, anche se solitamente anche loro, oggi, non hanno il coraggio di mettere la testa fuori e dire qualche volta di più: “No!”.

2- La critica ai preti e alla Chiesa solitamente mescola osservazioni molto diverse, contrastanti tra loro, mettendo insieme falsità inconcepibili, dure verità e tutto quello che sta in mezzo; soprattutto mezze verità raccontate in maniera più che malevola.

Allora come posso, io che per una vita ho combattuto (a parole, nel mio piccolo, tra quattro gatti) per difendere la Chiesa attaccata, adesso fare il lagnoso che trova difetti ovunque?

Il punto non è quanto ci sia da criticare, ma che ci sono critiche giuste perché riconoscono problemi nella Chiesa che nascono da una infedeltà al Vangelo, e critiche sbagliate perché negano la perfettamente osservabile efficacia e saggezza del Vangelo, che vorrebbero sostituire con altro.
Ecco: i preti pedofili, i preti atei, donnaioli, arrivisti, compromessi in tutti i modi, e tutti quelli che vogliono buttare la dottrina cristiana, sono davvero in sintonia con il tipico mezzo saputo che attacca la Chiesa su qualche social, al bar o dentro qualche redazione.
La critica ci vuole perché è una critica anche ai critici, che fanno parte del problema.

 

Perché?

Forse non è il momento di approfondire la diagnosi, forse è ozioso cercare le cause. Pensate ad andare avanti piuttosto che guardare indietro, uno potrebbe dire.
Testa bassa e pedalare.
Eppure…
Se non altro cercare i motivi può servire a capire meglio dove si è sbagliato, per non prendere la strada che ci porta a perderci ancora di più.

Ecco, mi viene da pensare che gli errori più suggestivi siano un po’ tutti dello stesso tipo.

-La stanchezza dell’uomo di chiesa che, non più pungolato, vivacchia e si imborghesisce, in assenza di persecuzioni e grosse difficoltà. La missione e il posto fisso comunale sono due mondi diametralmente opposti. Se ragioni come un dipendente pubblico (e non a caso molti problemi sono più gravi in comunità ecclesiali finanziate dallo stato, dalle tasse!) evidentemente sei più portato a seguire la corrente che a riproporre in maniera incisiva, sofferta, coraggiosa, quella che ad un occhio poco attento può sembrare sempre la solita vecchia minestra.
I componenti del Sinedrio non erano forse dei politici raffinati, compromessi coi dominatori, i Romani?

-Una visione egocentrica, dell’uomo di Chiesa e dei suoi minions di parrocchia: ad ogni problema, ci si affanna a dire: come si risolve? Cosa devo fare, o avrei dovuto fare, che non ho fatto? Come se il moltiplicare gli sforzi potesse rovesciare i risultati: per controllare la storia. In un’epoca figlia di grandi cambiamenti e dominata dall’utopismo politico, ci si affida ingenuamente a grandi piani, perché ci siamo dimenticati di essere solo servi inutili… tutto sembra razionalmente a portata di mano, ascoltando gli esperti. E dunque via libera al primato della pastorale: ché se solo sapessi che tipo di incontri, temi, proposte, attività, accortezze giuste adottare, i giovani correrebbero ad affollare il tuo oratorio… Ecco dunque i mantra tipici della Chiesa in uscita, svendita totale, Fuori Tutto, Solo Per Oggi Sconti Fino All’80%: la Fantasia, l’Ascolto, il Dialogo, il Coraggio… strumenti per sostituirsi a Dio ed inventare qualcosa di nuovo.
Cerchi di fare pateticamente il piacione verso i lontani, e manchi di dare le basi di formazione ai vicini.

 

-Invidia del mondo: avevi una fede che era un punto di riferimento per lunghi secoli, per la vita di popoli poveri e persone abituate ad accontentarsi. Punto di riferimento persino nelle feste e nell’intrattenimento. Tanti momenti belli, vissuti in semplicità.
E improvvisamente si apre un mondo di idee, opportunità, svaghi, desideri… Un mondo che appare colorato, vincente, seducente.
Non riesci a fare concorrenza, con le cose belle di un tempo (c’è posto per eventi al livello del Palio di Siena, non per mille modeste feste patronali; l’appuntamento fisso della domenica mattina con la messa, poi, è schiacciato da altri impegni e voglie). E dove manca la familiarità del fare cose, del passare del tempo con, manca inevitabilmente il senso di appartenenza, il dare importanza.

Persino la percezione della realtà è cambiata.
Lo shock sociale dovuto a così tanti cambiamenti era inevitabile. Il contraccolpo include il rincorrere le novità, non sapendo ripensare la propria proposta in un modo che non sia questo abbandonare gradualmente il passato, come fosse stato uno sbaglio. Allora a quel punto nessuno ti si fila, perché rappresenti solo una pallida imitazione, senza personalità, che si vergogna di ciò che è… e pretende di riproporsi e rilanciarsi dando alla gente quel che ha già.
Su questa linea fallimentare troviamo la proposta di una salvezza che abbraccia tutti, perché pare brutto parlare di Inferno, che deve allora essere vuoto. E questo non è che un esempio eclatante fra mille.
Del resto, se un tipo classico-moderno di parrocchiani arriva al matrimonio dopo 12 anni di convivenza, con figlioletto al seguito, e tu prete a momenti li ringrazi che si sono degnati di considerarti, che ti puoi aspettare? E capiamolo però, il disagio del prete che non può neanche tuonare inutilmente contro tutto e contro tutti, ignorato: “deve” rincorrere, cercare di ritagliare uno spazio, farsi pubblicità per attirare clienti, essere sempre diplomatico e accomodante! Chiuso in un angolo, a fare quello che ci si aspetta da lui, inevitabile. Ed inefficace.

No, la risposta non può passare dal “che fare”. Bisogna solo ed unicamente puntare all’essere. Essere fedeli. Cercare di essere santi, il resto viene da sé. Alla lunga e non alle nostre condizioni.

 

Questi sono solo spunti.

Molti altri sicuramente si potrebbero trovare.
La crisi però è molto più sistemica di quello che sembra: legata ad un uomo che sta perdendo il senso di sé, dopo grandi fughe in avanti verso uno sviluppo che ci ha superati.

In conclusione mi sento di dire, anche a me stesso: facciamo il contrario di quello che stiamo facendo di solito.
Tendiamo a coltivare sentimenti di ostilità, di critica caustica, verso gli uomini di Chiesa che troviamo, più o meno a ragione, inadeguati; poi però, all’atto pratico, non facciamo nulla, rimaniamo invisibili.
Fare il contrario significa avere affetto anche verso i cattivi preti, cercare in qualche modo di creare armonia e mostrare una sollecitudine di fratelli; ma al contempo, moltiplicare le occasioni per parlare, criticare, dire anche dei NO sonori, se non altro alla luce della Tradizione.

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