Chi sono

Chi è Alessandro Grasso.

Alessandro GrassoDicono che la vita comincia a 40 anni. Vero per me!
E’ stato quando mi sono innamorato, tra Betlemme e Gerusalemme, di una dolcissima italiana dai capelli corvini che inizialmente, all’aeroporto, avevo immaginato fosse israeliana.
Me la sono sposata. Per lei ho fatto il migrante al contrario, da Nord a Sud. Ho lasciato la mia amata Genova e un lavoro di hardwarista (odio questa parola) per lanciarmi con timore e tremore nella carriera di traduttore e blogger vista mare.

 

A 4 anni ho imparato a leggere, e quello è stato il mio ultimo successo degno di nota ad oggi.
A 16 anni ricordo di aver fatto un test del QI con carta e penna, ottenendo il punteggio di 137, e forse avevo un po’ barato stiracchiandolo di qualche punto perché già il fatto di essere sotto i 140 mi sembrava troppo poco.
All’Università per un po’ di anni ho studiato fisica, più o meno, e poi ho abbandonato.
Tra quelli che mi conoscono, c’è chi dice che avrei dovuto fare il filosofo, ma non vado d’accordo con i tunnel mentali che attanagliano i filosofi. E c’è chi dice che dovevo fare il prete, ma la Terrasanta ha dato un altro responso. 🙂

Fonti indipendenti mi hanno accusato di voler essere un tuttologo, e a questo punto devo ammettere la cruda realtà.
Il fatto è che più un argomento è controverso, più mi attira. Specialmente se c’è una tendenza generale a dare una verità per scontata, con effetto branco, e non scavare a fondo.
Tengo all’onestà intellettuale e alla ricerca della verità più che ad ogni altra cosa, persino più che alla mia fede.
A proposito, sono un ribelle e dunque un cattolico reazionario. Convinto. E peccatore cronico, le due cose non si escludono affatto.
Procrastinatore da competizione, tra le altre cose.

“Amo” la scienza come immagino possa ammirare Megan Fox un suo ex compagno di classe brufoloso e occhialuto che l’ha potuta solo guardare da una certa distanza.
Amo Dio come può amare disperatamente un figlio che spera di ritrovare suo padre vivo dopo un incidente stradale: l’auto finita nel fiume, un tuffo al cuore e non sapere se lui ne verrà fuori.

Sono estremamente ottimista e penso che l’Europa sia spacciata.

 

Chi è Blumudus.

Blumudus l'orsacchiottoBlumudus è il mio orsacchiotto. Non ricordo da quando ce l’ho, potevo avere forse 4 o 5 anni. Facciamo 5.
Di mestiere, orso da compagnia. La notte, mentre dormivo, la storia era che tornava a casa (se ne andava in soffitta) da sua moglie Mudanna. Molto ligio e puntuale sul lavoro, non è mai capitato che io mi sia svegliato quando lui non era ancora tornato! Affezionato al suo padrone e fedele.
Orso bruno sposato ad un’orsa polare.

Il personaggio di Mudanna è una invenzione di mia madre, buonanima, buonista cattolica con la mentalità da insegnante, che evidentemente aveva colto l’occasione per educarmi al matrimonio interrazziale, cosa di cui le sono grato.
Mudanna non s’è mai vista, proprio come la moglie del Tenente Colombo.

 

Che cosa significa Blumudus?

Se proprio ci tenete… ma l’avete chiesto voi, eh!
Nella mia mente di bambino la cosa si è svolta come segue. Avevo avuto due peluches, un cane e un piccolo orso bianco, chiamati rispettivamente Blufi (onomatopeico, dal verso prodotto da un cucciolo quando viene strizzato) e Mudi (questa è una pizmotalità quindi non ve la spiego…).

Il nuovo orso, me lo sentivo, era il compagno definitivo. Doveva rappresentare una sintesi dei due predecessori. Quindi Blufi+Mudi. La desinenza -us, per me che non sapevo probabilmente neanche cosa fosse il Latino, la percepivo come solenne.

 

Perché Blumudus?

Dopo parecchi anni rinchiuso, dimenticato in un armadio, questo orsacchiotto ricomparve in occasione di una ristrutturazione di casa. E non se n’è più andato.

Mia madre aveva l’abitudine di far parlare i peluches (ma anche e soprattutto i gatti di casa) con una voce in falsetto. Era un suo divertimento per bambini, ma a volte un’occasione liberante, per far dire loro cose che non si oserebbe dire normalmente.

Per me è stato assolutamente naturale scegliere Blumudus come mio rappresentante ufficiale, come tema del mio sito personale. E’ un orsacchiotto educato, il suo compito è rendere un po’ più morbide e coccolose le mie parole, che altrimenti sarebbero aspre e taglienti.

Confesso che mi sento un po’ in colpa nei suoi confronti, mentre scrivo queste parole lo vedo molto preoccupato. Ha già una età molto avanzata per la sua specie, gli sto mettendo sulle spalle una grossa responsabilità.
Ok, tratto temi seri, cerco di dimostrare una professionalità come traduttore, e poi mi presento al mondo con un orsacchiotto, creando un’atmosfera un po’ infantile per il mio blog?
Sì. 😛

Penso che ci voglia. A proposito, sono convinto che non ci saranno mai troppe foto di gatti su internet.
Blumudus non è una persona, però è un personaggio. Ed è l’unica presenza rimasta della mia infanzia, della mia famiglia.

Solo parecchi anni dopo aver deciso di renderlo il protagonista del mio blog (è dalla fine degli anni 90 che ho avuto la bella pensata) mi sono reso conto che Blumudus ad un orecchio anglofono suona molto simile a blue mood, cioè umore blu, che in Inglese significa sentirsi triste. E magari trovare conforto stringendo al petto un orsetto di pezza! Una curiosa coincidenza.
Questa è la trascrizione fonetica per la pronuncia corretta (ovvero, come leggerebbe il nome un bambino di madrelingua italiana, cioè me nel 1978): /’blu’mu’dus/
E questa è la trascrizione dell’espressione inglese “blue mood”: /’blu: ‘mu:d/
In pratica le “u” sono prolungate ma il suono è quello.

 

Donazioni.

Blumudus non è una testata giornalistica tradizionale, però è uno spazio libero: nessun editore può decidere cosa farmi scrivere.

Oggi è diventato possibile controllare dall’alto l’informazione, anche quella alternativa su internet, con investimenti in denaro importanti. Chi ha mezzi ed interessi da difendere può influenzare molto efficacemente l’opinione pubblica e le scelte dei politici a proprio vantaggio. Miliardari possono investire qualche milione comprando, fondando o finanziando testate giornalistiche popolari, gruppi di “attivisti”, siti di “fact checking”… e con questo creano un fuoco di sbarramento formidabile, migliaia di persone fornite di tutti i mezzi per riuscire nella missione affidata loro. Una flotta guidata da corazzate formidabili.

E dall’altra parte, tra gli indipendenti che cercano di reggersi sul sostegno del pubblico? Sparute barchette di varie dimensioni, alcune sempre sul punto di affondare, scoordinate tra loro e con poca visibilità. Spesso più o meno inconsapevolmente pronti ad accodarsi ai potenti.

E’ difficile pensare di sostenersi con gli introiti della pubblicità o, peggio, delle sottoscrizioni dei lettori. E’ una lotta impari perché dall’altra parte ci sono editori che possono comunque contare sulle medesime fonti di guadagno, in più hanno peso col loro brand, ma oltretutto sono disposti ad andare avanti anche perdendo soldi, perché non stanno vendendo un prodotto-informazione, si stanno al contrario comprando un risultato, l’addomesticamento dell’opinione pubblica.

Se c’è qualcosa di buono in questa cultura un po’ anarchica che ha segnato lo sviluppo di internet nelle sue prime fasi fino ad oggi, è lo spirito di indipendenza che ha portato a far emergere idee nuove, un approccio aperto e democratico che permette a chiunque di lasciare il segno, se ne ha la capacità.

Va coltivato, sviluppato organicamente. Ci sono molte voci piccole o medio-piccole, che non sono disposte a farsi comprare e fanno vera controinformazione. Facciamole conoscere. Impariamo soprattutto a distinguerle dai fessi che saltano sul carro del vincitore e fanno gli “alternativi” contestando tutto e allo stesso tempo dicendo le stesse cose che piacciono a George Soros, ai burocrati dell’UE e dell’ONU, agli ideologi che hanno preso il controllo delle grandi università. E’ penoso accorgersi di quanto sia difficile trovare una fonte attendibile. O trovi il sito mainstream, che ha sempre un padrone, o alla fine cadi nelle braccia dei complottisti. Nei casi più fortunati hai a che fare con il solito parassita che copia contenuti, ripete all’infinito le keyword che tirano, e ti inonda di pubblicità spazzatura.

E’ tempo di crescere.

Tanto di cappello per quelli che ogni sera, da anni, rubando tempo al lavoro e alla famiglia, si ritagliano lo spazio per scrivere con passione sul proprio blog, senza altra gratificazione che l’osservare il contatore del numero di visite, e qualche commento positivo.
Ma non è più il tempo del sito hobbistico senza pubblicità, checché ne dicano i talebani del tutto-gratis. Spendere 100 euro l’anno e due ore al giorno per pubblicare i propri pensieri, senza tra l’altro avere avuto il tempo di aggiornarsi e fare ricerche, dura finché tua moglie non ti ricorda le bollette e i figli da andare a prendere a scuola. E allora il sito tanto carino con le sue belle pagine verrà abbandonato, il suo piccolo pubblico invece di consolidarsi scemerà, e nel frattempo i carrozzoni ammorbanti tipo Huffington Post avranno servito miliardi di pagine di fuffa diseducativa e tendenziosa.

E’ una battaglia contro i mulini a vento, lo so. Ma intanto se uno si rende conto di avere i mezzi per scrivere, prova a mettere in mare la propria piccola barca, cercando di renderla solida, agile, capace di resistere alle tempeste.

Il mio obiettivo, certo ambizioso, sarebbe quello di guadagnarmi da vivere con quello che scrivo, idealmente arrivando un giorno a rinunciare al lavoro di traduttore (esistono già tanti bravi professionisti in questo campo) per dedicarmi a tempo pieno a contenuti personali, unici.

Se pensate che questo mio progetto di critica e controinformazione meriti di essere sostenuto, vi invito a farmi qualche donazione, specialmente se già fate in modo di nascondere la pubblicità del sito.


Sinceramente non so cosa aspettarmi quanto a donazioni (ma non mi faccio proprio illusioni); è comunque un esperimento. Se ottenessi un riscontro importante da questo canale (lo dubito fortemente!) potrei ridurre o addirittura eliminare la pubblicità. Se al contrario ne venisse poco e niente, toglierò il pulsante donazione.
Nel 2006 avevo anche abbozzato un’idea innovativa per affrontare questo annoso problema del sostegno-donazione. Quel progetto è rimasto lì, in embrione. Chissà che un giorno non se ne parli di nuovo.

 

I miei contatti.

 

       [email protected]          per tutto quel che riguarda questo blog;

 

[email protected]   per lavori di traduzione.

 

 

Mi trovate anche qui…

Twitter (in Inglese)

Blumudus


Twitter mi serve soprattutto a dare una dimostrazione a gente di mia conoscenza del fatto che riesco ad esprimermi anche entro un limite di 140 caratteri… 😀

E questo è il mio secondo profilo Twitter:

Tags Explained.


Un piccolo progetto-esperimento personale che vi incoraggio a far conoscere in giro.

Su Twitter, almeno al primo impatto, ci si trova disorientati, ad affrontare tante sigle ed abbreviazioni, specie per chi non mastica bene l’Inglese.

I #tag sono parole o sigle (o brevi frasi scritte tutte attaccate) precedute dal carattere detto cancelletto #. Servono per mettere in evidenza un argomento di cui si sta parlando, rendendolo visibile a chi effettua una ricerca mondiale su quel tag. Spesso il contenuto non è ovvio perché si tende ad abbreviare, e comunque basta poco per non essere aggiornati sull’ultimissima moda o notizia e quindi non cogliere il contenuto.

Mi sono detto: quando non so che cosa intendono dire con un tag e mi informo al riguardo, perché, una volta fatta la fatica di trovare la spiegazione, non la metto in condivisione?

E già che ci sono: perché non decifrare il contenuto implicito dei tag, quando dietro c’è il solito nascondersi dietro un dito politically correct? E allora esplicitiamo con il sarcasmo cosa veramente significa un certo tag…

Convenzione:

se per un tag intendo dare una definizione il più possibile oggettiva, la indico con due-punti-uguale “:=”

Esempio. #BlackLivesMatter := movement protesting against: questionable racism narrative (police murders of innocent black people)

Se invece voglio dare una mia versione personale del tag (di solito polemica o sarcastica), uso il semplice segno uguale “=”

Esempio. #BlackLivesMatter = we hope cops are racists, guilty of crimes on blacks. We cling to fake reconstr.& reject evidence of the contrary

Blumudusplain è una versione più morbida del mansplain

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