Pseudo-Omelie 24 – La Trasfigurazione

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE, FESTA – ANNO A

Gesù Cristo risplende di luce

La Trasfigurazione secondo Raffaello Sanzio (Particolare)

Questa è la festa della rivelazione della natura divina di Cristo.
Dal Vangelo di Matteo: mentre si trova su di un monte assieme a tre apostoli, il volto e le vesti di Gesù diventano luminosissimi; appaiono accanto a Gesù anche Mosè ed Elia, rappresentanti della Legge e dei Profeti: in Gesù l’Antico Testamento trova il suo compimento. Poi Pietro, Giacomo e Giovanni vengono coperti da una nube luminosa, e una voce dalla nube sottolinea ancora che Gesù è il Figlio amato.

 

Un segno, nel rifulgere di tutta questa luce, che impressiona i presenti, e che troviamo testimoniato nella Seconda Lettura, da Pietro che evoca il ricordo di quell’evento. Desta interesse, ancora una volta, la sollecitudine con cui Pietro vuole convincere chi legge della solidità della testimonianza che sta portando.

Un po’ di psicologia aiuta, non certo ad acquisire certezze, ma a comprendere quanto ragionevolmente credibile sia il tutto.
Uno scettico ingenuamente sgamato potrebbe sottolineare il fatto che Pietro chiama anche in causa i profeti, come se ciò indicasse
1- la necessità di trovare pezze d’appoggio, essendo la propria posizione debole, e
2- la concreta possibilità che i racconti evangelici fossero inventati e calibrati per mettere in scena la realizzazione di profezie preesistenti.

 

Chi racconta storie fantasiose aggiunge particolari suggestivi, non insiste sul proprio esserci stato.

Il messaggio parte da una affermazione molto chiara e diretta: “siamo stati testimoni oculari”. Rafforzata poi dal “Questa voce noi l’abbiamo udita”.

Anche i più bravi mentitori hanno delle esitazioni; se fanno lo sforzo di inventare possono a volte esagerare sparandole grosse, ma più difficilmente si espongono con falsità di scarso impatto, che non impressionano comunque l’uditorio.

Qui si sovrappongono i segni di un’esperienza, vissuta attraverso più sensi: perlomeno la vista e l’udito. Ma per uno che legge o ascolta quelle parole, difficilmente scrivere “l’abbiamo udita” aggiunge qualcosa, o cambia l’impressione generale. Si tratta di una affermazione decisamente scontata, vista dall’esterno. Non convince certo gli scettici dire “credetemi, l’ho sentita io quella voce!”

Eppure a fronte di risultati attesi modesti, costa stress e fatica mentale, aggiungere un’affermazione “inutile”. Di più: sposta l’attenzione dall’oggetto del racconto al soggetto che riporta; non solo non ti verrebbe l’istinto di farlo, ma un bugiardo cerca inconsciamente di nascondersi nel cono d’ombra, non di far tornare lo sguardo di tutti su di sé. Mette in gioco la propria credibilità e chiama nuove probabili domande, di chi chiede ulteriori chiarimenti, visto che ti sei messo al centro della scena. Difficile.
Rileggete il brano togliendo i riferimenti alla propria esperienza diretta: non manca niente; per il racconto non erano necessari. Invece per soddisfare l’aspettativa del pubblico sarebbe stato bello aggiungere dettagli: perché non descrivere, per esempio, i vestiti dei profeti, l’atmosfera, il contorno?

Sia chiaro: non pretendo che con questi ragionamenti sottili si possa dimostrare alcunché. Ma sono indicazioni precise di attendibilità, indizi sparsi che si trovano spesso nel testo. È la somma che fa il totale, diceva Totò.

Pensiamo anche all’inizio del Vangelo di Luca, che insiste sul suo interrogare i testimoni per dare un resoconto accurato. O pensiamo a Giovanni che, di fronte al compimento della crocifissione (Gv 19:35), aggiunge una serie di osservazioni che sembrano insistere in maniera ossessiva sullo stesso tema, vissuto come cruciale, una cosa che si vorrebbe comunicare nel modo più convincente possibile:

Chi ha visto ne dà testimonianza, e la sua testimonianza è vera, ed egli sa che dice il vero…

 

Un nuovo chiodo fisso: la verità, davvero.

Vedo che anche esegeti credenti oggi tendono a dare per scontato che gli autori di questi testi, assecondando gli stili letterari ed il gusto e la sensibilità del tempo, si sentissero liberi di inventare personaggi e situazioni, semplicemente perché facevano gioco per gli scopi e gli insegnamenti del momento; tanto, dopotutto, ancora non conoscevano la moderna attenzione alla verità, il controllo delle fonti
Ma veramente pensate che il rigore degli storici e (nei desideri) dei cronisti di oggi, sia sorto spontaneamente senza un perché proprio qui in terre cristiane, e che questi primi cristiani fossero invece tranquillamente pronti a ricamare sulle storie, inserendo dettagli fantastici o per il proprio tornaconto, senza porsi il problema? E sono gli stessi che tutt’ad un tratto sembrano moltiplicare gli sforzi per inserire nei propri testi richiami alla verità, al fatto di basarsi su testimonianze oculari?

No. La spiegazione più logica è che fossero convinti di essere testimoni di qualcosa di straordinario. E avessero di fronte un ambiente culturale che, quando non apertamente ostile, era al massimo disposto a prendere sul serio le loro affermazioni solo in senso molto obliquo, con quella sospensione dell’incredulità che è propria di chi vive la religione come una sorta di favoletta seria, ma non riesce a metterla proprio sullo stesso piano della propria vita concreta, reale, vissuta, toccata con mano…
E che per questo, da testimoni pronti poi a pagare con la vita per la propria fede, abbiano proprio perso tempo a sgolarsi per dire: ma no, non è una cosa che “si crede in un certo senso”. Queste sono cose vere davvero, le abbiamo viste, vi imploriamo, credete in quello che diciamo!
Provate a rileggere il brano da 2Pt in questa ottica. Una volta messi nei panni di un Pietro che parla soprattutto a gente che esita, non vuole credere che sia proprio vero vero, fa trasudare nel testo tutta la propria carica emotiva, di chi sa quel che dice, se ne sente sicuro, ed è frustrato dal non essere creduto a sufficienza.
Ecco che dunque cita sì anche i profeti, ma come ulteriore elemento:

E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti

Questo a me dice soprattutto che Pietro sta proseguendo un ragionamento proiettando anche sui profeti, che in ogni caso contribuiscono ad un quadro coerente, quella sicurezza che gli viene da ciò che ha raccontato prima. E non viceversa.

D’accordo, siamo sempre sul piano incerto di chi si cerca di mettere nei panni dell’autore. Ma per me quadra decisamente di più.

 

La strada preparata dai profeti

Il fatto che si possa rifarsi ai profeti non significa affatto che quelli siano la vera fonte di ispirazione e l’origine dei racconti evangelici, senza che ci fossero eventi concreti alla base del NT. Ci sono innumerevoli casi in cui noi moderni vediamo autori neotestamentari avventurarsi in citazioni di profezie avverate, che semmai ci sembrano collegamenti davvero stiracchiati. Si potrebbero scrivere libri, ed anzi li hanno scritti senz’altro, solo sul concetto di quanto diverso sarebbe stato il Vangelo se si fosse basato sulle profezie.

Nella Prima Lettura abbiamo un lancio profetico; dal libro di Daniele, che è uno dei profeti più vicini al tempo di Gesù, anzi direi l’ultimo tra quelli che il Giudaismo posteriore non ha potuto cassare (come invece ha fatto con altri, giudicati troppo vicini alla mentalità cristiana ed ellenistica del loro tempo).
Ma se lo prendiamo come riferimento, certamente non ci vedo un modello, uno spunto per formare poi il brano della trasfigurazione di Cristo che ritroviamo nei tre vangeli sinottici (Marco, Matteo e Luca, i primi tre vangeli, così chiamati perché spesso sovrapponibili, seguono la stessa ottica, tendono a riportare gli stessi passaggi).

Oh beh, non dubito che qualcuno avrà saputo trovare brani dell’Antico Testamento in qualche modo adatti a sostenere la tesi: la Trasfigurazione sarebbe una storia inventata per ricalcare una profezia precedente. Ma con quale credibilità? Ad esempio la nube luminosa ritorna come segno divino: pensiamo all’accampamento degli Ebrei protetto da questa nuvola misteriosa nel libro dell’Esodo. Ma davvero vorremmo sostenere che la semplice presenza di un elemento che ritorna (la nube soprannaturale) sarebbe una ragione sufficiente per negare la storicità del racconto?

 

L’Elia che doveva venire.

Oppure, ed è un’osservazione più interessante: si attendeva che Elia tornasse nel tempo messianico. Questa apparizione risponde all’esigenza di realizzare la profezia?
Leggiamo infatti come si chiude il libro di Malachia. Questi versetti rappresentano anche la conclusione del nostro canone dell’Antico Testamento.
Malachia 3, 22-24 arriva dopo un discorso sul tempo messianico ed il Giudizio finale:

 

Tenete a mente la legge del mio servo Mosè,
al quale ordinai sull’Oreb,
statuti e norme per tutto Israele.
Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga
il giorno grande e terribile del Signore,
perché converta il cuore dei padri verso i figli
e il cuore dei figli verso i padri;
così che io venendo non colpisca
il paese con lo sterminio.

 

Eccoli dunque Mosè ed Elia; addirittura Marco, il primo vangelo, raccontando la trasfigurazione dice che c’erano “Elia con Mosè”, invertendo l’ordine di importanza, ovvio per ogni Ebreo, che avrebbe altrimenti dato il posto d’onore proprio a Mosè. Qui implica che ci fosse anche Mosè, come un di più.

Elia in particolare era atteso come inviato, nel mondo, a preparare i tempi ultimi, sulla base di Malachia 3:1:

Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore

Dove “messaggero” qui si può intendere anche profeta: letteralmente, colui che parla per conto di Dio.

Consideriamo come di Giovanni Battista nel vangelo di Giovanni 1,19-25 si riporta che, diciamo per straordinaria umiltà, a precisa domanda negasse di essere quel profeta, o quell’Elia, che doveva venire, come precursore. Ma in quel frangente, per i sacerdoti e leviti che interrogano il Battista, Elia ed il profeta che deve venire a preparare la strada sono figure distinte, perché? Forse riferendosi a due aspettative separate in base a Malachia 3; il profeta del versetto 1 e l’Elia del versetto 23.

In realtà, se si legge in maniera simbolica, si può apprezzare come “basti” il solo Battista per entrambi i segni. Eppure per loro, i sacerdoti di scuola farisaica, lui non poteva rappresentare l’inviato, l’Elia. E i più avrebbero preso una risposta affermativa da parte del Battista come una prova del suo pretendere di essere Elia in persona, e non solo simbolicamente. Quindi forse si capisce perché rispose di non essere lui.
Ma questo concetto del ruolo del Battista è ben presente nel NT, e ribadito anche da Luca.
Ed infatti in Matteo 11: 7-14 è Gesù Cristo stesso a citare Malachia ed attribuire al Battista il ruolo di quel profeta che prepara la strada, aggiungendo:

E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire.

Perciò del ruolo di Elia il NT fa qualcosa di molto diverso rispetto alle attese: ci si aspettava Elia in carne ed ossa che torna, si fa riconoscere, agisce, interagisce, prepara la fine del mondo. Ed ecco invece chi simbolicamente ricopre il ruolo di Elia, e prepara l’inizio di una nuova era che poi condurrà semmai, in un futuro, ad una seconda venuta per la fine del mondo.

Qui invece si tratta invece di una semplice apparizione. Durante la trasfigurazione, i due personaggi appaiono con Gesù ma perdono l’occasione di dare un segno che non sia la mera presenza. Neanche una parola ci lasciano. Come a rimanere collocati in una dimensione incerta, quasi onirica.
No, il profeta Elia che doveva venire, se proprio si voleva inventare un episodio che soddisfacesse le aspettative, avrebbe fatto sentire la propria presenza, avrebbe agito. Per convertire i cuori e riconciliare padri e figli, come annunciato.
Qui siamo invece sul livello di un segno, interessante ma che non ci aggiunge quasi nulla.
Proprio il fatto che Marco metta Elia in evidenza probabilmente suggerisce che lui alla profezia di Malachia ci aveva pensato, ma non poteva aggiungere qualche opportuno particolare a piacere, dovendo invece riportare fedelmente il racconto di un’apparizione che, da questo punto di vista, appare insoddisfacente (!)…

Si tratta di testimonianze riportate, con serietà e dando loro grande valore. È la valutazione più realistica che ne possiamo fare. Non hanno lo scrupolo di uno storico moderno, ma rispettano comunque il ricordo originale: fate conto che invece di tre pastorelli a Fatima che dicono di aver visto la Madonna, e rimangono credibili e convincenti ad ogni interrogatorio, qui si tratti di tre apostoli che raccontano la Trasfigurazione.

 

Dubitare della storicità, assolutamente, giusto! Specialmente per uno storico, che si deve porre il problema del punto di vista tutt’altro che neutrale di chi scrive.
Ma la sicumera tenetevela per qualche altra occasione.

Più che altro uno sospetta sia sempre in gioco lo scetticismo pseudoscientifico, che esclude le manifestazioni del soprannaturale per principio.
E mi torna in mente Blaise Pascal:

Come odio queste sciocchezze di non credere all’eucarestia, ecc.
Se il Vangelo è vero, se Gesù Cristo è Dio, che difficoltà vi si trova?

 

Torniamo a Daniele.

C’è un vecchio, che rappresenta Dio Padre, e poi un uomo. Viene chiamato figlio dell’uomo, ma si tratta semplicemente di un modo alternativo di dire uomo, secondo una convenzione stilistica del tempo, vogliamo chiamarla poetica?
Gesù sceglie abitualmente di presentarsi proprio con la stessa espressione: il Figlio dell’Uomo indicato da Daniele, per richiamare -in maniera inizialmente discreta- proprio il suo essere il Messia annunciato.

È una visione, quella di Daniele, presumibilmente difficile per il suo tempo, perché inizia a riconoscere a questo uomo un ruolo del tutto particolare, non adatto ad un semplice essere umano: destinato a regnare in eterno, sopra tutto e tutti…

Ancora una volta, un gioco sottile. Abbastanza spinto da portarci verso l’intuizione della divinità di questo personaggio speciale, ma senza dirlo esplicitamente, senza causare direttamente la genesi di questa idea sconvolgente, e senza destare allarme nell’occhiuta difesa ebraica del rigoroso monoteismo…

 

E ora invece torniamo alla trasfigurazione.

Scusate se vado saltando da un punto all’altro, ma volevo mettere in ordine alcuni ragionamenti, e questo che vedete è il mio poco ordine mentale all’opera.

Volevo far notare quanto rara, quasi inedita, sia la circostanza: due letture che riportano la stessa identica frase. E non parole qualunque: la voce stessa di Dio che rivela il figlio.
Da ignorante ho provato a cercare di confrontare l’originale greco dei due testi, ed è comunque praticamente lo stesso, con un minimo di spostamento delle parole nel loro ordine.

Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo

Frase che, come accennato, troviamo anche negli altri due vangeli sinottici, quando raccontano della trasfigurazione.

Praticamente la stessa formula che si ritrova anche in Marco 1:11, Matteo 3:17 e Luca 3:22. In quel caso invece la voce dal Cielo rivela il Figlio in occasione del battesimo nel Giordano.
Sarei curioso di sapere se qualcuno ha provato a tradurla in aramaico, o magari in ebraico: come formula mi aspetto dovesse avere una posizione prominente nella predicazione e magari nella liturgia primitiva, quindi sarebbe interessante verificare se rechi una traccia di un possibile sostrato linguistico semitico, un originale andato perduto, che mostrasse una struttura facilmente memorizzabile e magari una sua musicalità.

 

Storie alternative inventate?

La tentazione dello scettico è ancora una volta di vedere qui due costruzioni a tavolino, alternative: la voce dal cielo si sarebbe udita
– in occasione del battesimo con Giovanni Battista,
– oppure sul monte della trasfigurazione, tradizionalmente identificato col Monte Tabor? Potresti pensare ad una frase già esistente, collocata dalla fantasia nell’una o nell’altra scena.

Scusate se mi ripeto: non pretendo di dire che non ci possano essere state invenzioni, deformazioni, spostamenti di collocazione. In questo campo non ci sono dimostrazioni, e per questo specifico caso men che meno. A prescindere dall’incompetenza del sottoscritto.

Potrebbero essere episodi, questi della voce dal cielo, almeno in parte romanzati? Uno la trasposizione dell’altro? Non lo nego affatto. Inventati di sana pianta?
Ma considerate: i vangeli sinottici riportano entrambi gli episodi! Non sembra ragionevole costruire a freddo due storie così vicine e potenzialmente alternative, facendo poi anche la parte del cronista rigoroso.
Questo è un segno preciso: la spiegazione di gran lunga più logica, più economica, è che abbiano raccolto due tradizioni separate: esistevano già.

Le teorie miticiste traggono forza dall’idea, tutt’altro che dimostrata, e contro cui esistono indizi pesanti, che tra i fatti e la stesura dei Vangeli fosse passato molto tempo. Ma se così non è, abbiamo Luca che raccoglie testimonianze già consolidate a pochissimi anni dagli eventi, circa negli anni 70. Marco dovrebbe avere già un testo consolidato già negli anni 50 addirittura, cioè una ventina d’anni o poco più dopo i fatti narrati, con Gerusalemme e il Tempio non ancora distrutti, un sacco di testimoni, inclusi gli avversari, ancora vivi.
E Matteo dovrebbe collocarsi in mezzo.

Checché se ne pensi di queste collocazioni temporali effettivamente incerte (e molti specialisti non dubito emetterebbero alti ululati alla vista di queste date che riporto in maniera così tranquilla e senza un apparato di citazioni), rimane il fatto che ormai c’è un consenso pressoché unanime: l’ordine nel tempo è Marco-Matteo-Luca, e sono troppo concordi nei contenuti per non essere interdipendenti. Dunque o partono da una fonte comune (ipotesi molto di moda specialmente qualche anno fa) oppure chi scrive dopo conosce il testo precedente e ne tiene conto, magari intendendo riordinare il materiale per un pubblico differente, per esigenze -oggi diremmo- pastorali o per aggiungere dei particolari. In effetti Marco è il testo più scarno e breve, oltre ad essere il primo.
Ecco che l’idea di storie di fantasia si scontra con le difficoltà che vengono da questa concordanza.

Due occasioni distinte nel racconto, con la voce di Dio che rivela il Figlio, appaiono dunque assieme in una o più fonti molto antiche, almeno 20 anni o poco più dopo gli eventi della Passione, poi riprese o confermate da più parti nel corso di qualche decennio. Per un ambito, quello della storia antica, in cui si lavora spesso con testi che risalgono a secoli dopo gli eventi narrati, e in cui di solito chi scrive non deve affrontare le obiezioni degli avversari, questa vicinanza è davvero notevole. Più di quanto possa sembrare al profano. Per questo tanti studiosi si sono adoperati per sostenere che i testi del NT fossero il più tardivi possibile. A pensare male ci si azzecca, e se è vero che da credenti rischiamo di non essere obiettivi e non voler vedere le incertezze della versione tradizionale, dobbiamo riconoscere che tipicamente per gli specialisti vale il pregiudizio opposto.

 

Non è del resto impossibile che Dio Onnipotente abbia deciso di rivelare questo concetto così importante in due occasioni separate!

Se proprio una dovesse essere la trasposizione dell’altra, direi che ci sono varie ragioni per cui la trasfigurazione sarebbe l’episodio originale, e il segno in occasione del battesimo di Giovanni il racconto derivato. L’insistenza di Pietro di cui parlavo prima è un indizio pesante di questo: c’è un ricordo vivo, personale, dietro.
Ed è più facile pensare ad una rivelazione per pochi, con l’istruzione di divulgarla solo dopo, che ad una occasione comunque pubblica, destinata a suscitare scalpore prima del tempo.

Detto questo però, mi permetto di ritornare all’esempio del miracolo del Sole a Fatima, come ho già fatto: è un evento recente accertato, che sia soprannaturale o meno; e ha coinvolto delle folle, anche di non credenti. Nulla vieta, in senso stretto (anche dal punto di vista di un ateo, su simili premesse!), esperienze di apparizioni del genere anche con Gesù; oltretutto non è detto che nel deserto con Giovanni Battista ci fosse una gran folla.
Quindi, stringi stringi, il non considerarlo attendibile su cosa si fonderebbe?

In ogni caso la credibilità dell’episodio della trasfigurazione sta anche nel fatto che non si vede la ragione di inventare un episodio tanto eclatante, per poi collocarlo nel segreto, con solo tre apostoli presenti. Riducendo gratuitamente il numero di testimoni da cui cercare conferma.

A meno che uno non dica: “Eh, ma quasi senza testimoni significa poter raccontare qualunque fantasia, tanto non ci sono controprove!”
Al che risponderei: “Ah-aaaaahhh! Allora vedi che non potevano scrivere tutto quello che volevano, ma invece contava quali testimoni chiamavano in causa!”

E allora come si spiega il battesimo del Giordano, con Luca che dice che Gesù va a farsi battezzare mentre lo fa tutto il popolo? Non faceva difficoltà raccontare un episodio che avrebbe avuto numerosi testimoni non cristiani?

 

Credibilità dei Vangeli

Perché insisto di parlare di un gioco ad incastro? Perché comunque la rigiri, la coperta è sempre troppo corta. Se lo scettico vuole dire che si inventava liberamente, perché tante occasioni perse, con parti di racconti inopportune, pezzi mancanti, testimonianze ristrette? Se invece bisognava rispettare dei limiti dati dalla realtà vissuta, allora ecco: c’è una solida base storica dietro questi testi religiosi.
-Se si poteva dare libero sfogo alla fantasia, perché solo tre testimoni alla trasfigurazione?
-Se si doveva rispettare la realtà dei fatti conosciuti ai più (come la fazione dei seguaci del Battista o le folle osservanti vicine ai Farisei) allora come si spiega la voce dal cielo per il battesimo di Gesù?

Certo, nulla è impossibile e la storia è sempre complicata e diversa da come la raccontiamo, ma allora la versione del non credente non è più così ovvia ed immediata.

Si potrebbe ad esempio supporre che due diverse tradizioni, una libera di inventare, e l’altra più attenta ai contenuti, si siano affiancate e sovrapposte in qualche modo, poi recepite acriticamente e così divulgate, ma diventa pure quello un romanzo. Non è facile pensare di creare un incastro di eventi alternativo che regga, e su cosa poggerebbe?

Le folle al Giordano, si potrebbe dire, le aggiunge Luca che è il più tardivo, e non è detto che fossero intese come presenti nello stesso preciso momento di Gesù…
Sì, ma se è per quello, lo scettico può dire che la scena del battesimo è tutta inventata, e che in realtà ai cristiani interessava fingere di aver ottenuto l’endorsement di Giovanni Battista, che aveva un seguito notevole: facendone un annunciatore di Gesù. Ma se potevano creare la scena di un incontro mai avvenuto così liberamente, allora dei seguaci di Giovanni che ne era rimasto? Nella misura in cui si ritiene che gli evangelisti potessero appropriarsi del Battista sfruttandone il prestigio, si sta anche implicitamente ammettendo che del seguito del Battista non era rimasto molto, così rendendo meno interessante cercare di appropriarsene.

A parte altri problemi, più da osservatore cerchi di allontanare i racconti dai fatti e liberarli dalla necessità di riportare fedelmente, più diventa un esercizio arbitrario, che non poggia su basi solide e non spiega niente, anzi cozza con la forma di ciò che ci troviamo in mano. Persino Rousseau, tutt’altro che un amico della fede cristiana, di fronte al Vangelo, dice:

La morte di Socrate che filosofa tranquillamente con i suoi amici è la più dolce che si possa desiderare; quella di Gesù che spira tra i tormenti, ingiuriato, misconosciuto, maledetto da tutto un popolo è la più orribile che si possa temere; Socrate, prendendo la coppa avvelenata, benedice colui che gliela porge e che piange; Gesù, in mezzo a un supplizio orrendo, prega per i suoi carnefici che si accaniscono. Certo, se la vita e la morte di Socrate sono quelle di un saggio, la vita e la morte di Gesù sono quelle di un Dio. Diremmo noi che la storia del Vangelo è inventata a piacere? amico mio,non è così che si inventa, e quanto riguarda Socrate, di cui nessuno dubita, è meno attestato di quanto riguarda Gesù Cristo.

 

E considerando che non ci dobbiamo aspettare di ottenere alcuna nuova informazione utile su queste materie in futuro, la critica distruttiva diventa un esercizio ancora più sterile, perché non avremo mai la risposta decisiva, che convinca tutti, in questa vita.

 

Senza pretendere di arrivare ad alcuna conclusione certa, però vedete come, scavando, il punto di vista di chi del contenuto dei Vangeli si fida viene a risultare sano e certamente proponibile, anche in un mondo di scettici che non vogliono credere a nulla. Sano, realistico, sostanzialmente attendibile, ma attenzione: senza la pretesa di prenderlo alla lettera e credere che ogni parola sia vera, ogni contenuto preciso.

 

Ricordiamo il criterio cattolico: la Bibbia non sbaglia in ciò che intende insegnare, ma è un libro umano, imperfetto, per tutto ciò che fa da contorno.

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