Il film di Barbie è la risposta a Go woke, go broke?

In tempi recenti, negli ultimi anni, si è assistito ad una virata molto netta, ideologicamente dura, da parte di star e sceneggiatori di Hollywood: imporre un’accelerazione al mutamento sociale. Mettere paletti, anche all’interno di prodotti di intrattenimento leggeri: ecco come devi pensarla su questi argomenti, e non osare contraddire le lezioncine che ti vengono impartite!

 

Premessa, per chi vuole un chiarimento: cosa significa woke.

Pretendono di essersi “svegliati” (woke è una versione gergale afroamericana di awake, sveglio): oggi finalmente (!) sappiamo la verità, tutto quel che è stato fatto prima fa schifo. Quasi tutti i personaggi storici, anche i più grandi santi ed eroi, sono da gettare nell’immondizia. La Rivoluzione semplicemente gode a distruggere, prima di tutto negando. La storia è tutta oppressione (patriarcale), ma per fortuna sono arrivati loro.

La presunta verità finalmente conquistata è tutta basata su sentimenti falsi, identità di gruppo che minimizzano il ragionamento e massimizzano il conformismo, giudizi inappellabili che definiscono vittime e colpevoli a priori, senza possibilità di discussione.
Un nero non può essere razzista, un bianco non può non essere razzista…

Le donne sono sempre e solo vittime, ma non si può dire cosa sia una donna. Di conseguenza un uomo può vincere una competizione riservata alle donne, persino un concorso di bellezza, dichiarandosi donna.
Tra qualche secolo si domanderanno come facemmo a diventare così fantasiosamente pazzi.
Già anni fa dissi che ci sarebbero stati maniaci sessuali liberi di aggredire, approfittando dell’accesso ai bagni delle donne. I rivoluzionari negavano, senza saper ribattere, ma forti del vento a favore. E poi è successo, come era ovvio. Aggressioni, stupri, persino detenute messe incinte da criminali uomini inseriti nella stessa cella perché riconosciuti “donne” sulla base di un’autocertificazione (e magari con precedenti di crimini sessuali).

Sono allucinazioni più o meno consapevoli, perché viene definito virtuoso l’imparare a negare la realtà, inseguendo sentimenti più o meno indifendibili, alimentando la rivoluzione.

 

La battaglia al livello delle corporation

Dicevo che Hollywood e i grandi media sono in prima linea.
Ma peggio: da tempo anche grandi aziende, che tradizionalmente sarebbero state prudenti e si sarebbero tenute fuori, cavalcano la tigre. Piuttosto vendono qualche scatola in meno del loro prodotto, ma evitano di essere messe nel mirino e mantengono uno status dove conta.
C’è chi però, come Ikea o Motorola, era orgogliosamente attivo, supportando il presente cammino a distruggere il concetto di famiglia e di identità sessuale, già 20 anni fa. E qui gioca il discorso che non è vero che i capitalisti puntano solo al profitto: chi se lo può permettere ha anche altri obiettivi, pur se contrastanti con il successo commerciale.
Altri invece sono stati convinti con le cattive ad allinearsi, come Barilla.
Il panorama sarebbe desolante.

Ma qualche volta, perlomeno negli Stati Uniti dove l’opposizione riesce a fare massa critica, si vedono fenomeni in controtendenza.
Gente che corre a sostenere aziende controcorrente come Chick-fil-A, ad esempio.

Oppure occasioni in cui, forse per aver tirato troppo la corda, qualche azienda mainstream viene punita duramente dai consumatori.
L’esempio più clamoroso, abbastanza recente, il colosso della birra Budweiser.
Il loro cliente tipo lo vedo rappresentato da un tizio sovrappeso che si scola il six-pack di sei lattine di birra, una dietro l’altra, brasato sul divano davanti alla TV, col cappello da baseball in testa, a guardare un’interminabile partita di football americano.
Quindi l’azienda nelle pubblicità dovrebbe pensare a compiacere il maschio vecchio stampo, mandandogli segnali che restino in sintonia con il suo bagaglio culturale.
E invece i geni di Budweiser scelgono un transessuale come testimonial della birra Bud Light. Vendite che ovviamente crollano, immagine aziendale distrutta. Lasciatemi dire, avendola assaggiata una volta quasi per sbaglio: trovo che il testimonial sia davvero adatto. Sembra acqua minerale addizionata di qualcosa, è una sciacquatura.

Eppure sono riusciti per tanti anni a venderla a testosteronici trogloditi. Da notare che sulla lattina evitano accuratamente di scrivere quanto alcool contenga (pochissimo): quella volta non riuscivo a convincere un paio di americani che la stavano bevendo che era quasi analcolica, insistevano che era solo “leggera”. Paradossale. Potenza del marketing: era riuscito a rendere “virile” un prodotto del genere.

Ecco come va il mondo: da ragazzino mi scontravo con un mainstream rappresentato da film che educavano a lasciarsi andare e godersi la vita inseguendo eccessi, senza pensare alle conseguenze, ma oggi paradossalmente sono impresentabili, perché i personaggi di quei film erano politicamente scorrettissimi; pensate ad esempio a Porky’s (1981) o La Rivincita dei Nerds (1984). Ecco, quei ragazzi avrebbero sprezzantemente bollato questa birra light come “gay”. Come evolve il costume… abbiamo fatto tutto un giro e i giudizi si sono ribaltati. Ma la sinistra al potere continua a non smettere mai di avere ragione, anche se (specialmente se) si contraddice… Come nelle vignette satiriche di Giovannino Guareschi: “Contrordine compagni!”

Tanto al consumatore americano medio interessa bere tanto, se nel frattempo non si ubriaca (convinto di reggere bene l’alcool) meglio per tutti.
Beh, quel che il marketing dà, il marketing prende.
Fa lo stesso, si scoleranno la sciacquatura light di qualche altra marca.
Comunque…

 

Hollywood in decomposizione

Il vero protagonista di questa storia è Disney. Il colosso dei cartoni per bambini e dei parchi per divertimenti ha inserito sempre più contenuti conformi ai nuovi dettami nei suoi prodotti.

I conti di Disney sono disastrosi, perché continua a sbagliare e produrre film in perdita, più o meno.

La tentazione di dire che viene punito dal pubblico per aver forzato la mano con l’ideologia è forte.
Go woke, go broke.
Letteralmente significa: “Se ti unisci al movimento woke, ti ritrovi in bancarotta“.

In effetti sono stati insuccessi film Disney come il remake della Sirenetta dove la protagonista improvvisamente ha la pelle nera, o nel 2022 i due lungometraggi Lightyear e Strange World, che contengono riferimenti a tematiche LGBT… Ma è andato male anche Turning Red (distribuito in Italia semplicemente come Red) che forse ha una colpa nell’essere il primo lungometraggio Pixar scritto e diretto da una donna, o magari è troppo “internazionale” dato che la storia è cinese?
In realtà, di molti flop più o meno annunciati, non è sempre facile trovare il collegamento con le tematiche woke (precisazione: in effetti volevo portare mia figlia al cinema per Strange World, ho desistito quando ho sentito che il protagonista era per la prima volta un ragazzo apertamente gay).

Spesso è in gioco un trucco di marketing: inserire elementi socialmente controversi, pianificando lo scandalo a tavolino, per generare polemiche ed ottenere pubblicità gratuita ad un film.
Ma non c’è solo quello; è proprio la mentalità di chi lavora nell’industria dell’intrattenimento che è cambiata (anche se molto covava sotto la cenere in passato negli ambienti creativi, non emergeva per ragioni di fattibilità).

Batman e Robin dormono nello stesso letto. Questa storia del 1954 è molto controversa, perché la scena sembra suggerire una relazione omosessuale tra il dominante Batman ed il ragazzo Robin. Schema classico, allievo-maestro come per tanti filosofi greci, descrivibile come pederastia? Non è l’unica scena/situazione di questo tipo presente nella serie. Del resto i supereroi erano l’unica versione possibile di travestiti (in calzamaglia!) che 50-100 anni fa si poteva pensare di presentare al grande pubblico. Per il contesto: ricordiamo che all’epoca nei film di Hollywood invece vigeva la regola che vietava di mostrare marito e moglie nello stesso letto, per la tensione sessuale implicita, da evitare scrupolosamente!

Oggi gli sceneggiatori hanno soprattutto poche idee. Certo, non aiuta essere bloccati dai veti incrociati (tipo: l’eroina non può sbagliare o mostrarsi debole, proprio perché donna, mai!)

Ma quando fa fiasco pure Indiana Jones, capisci che il problema non sta in alcune tematiche specifiche. L’intero sistema è in crisi, specialmente se in mancanza di altro si affida all’ennesimo remake o ai vecchietti (Harrison Ford ha 81 anni, e non sempre ti dice bene come è accaduto con il 61enne Tom Cruise che rispolvera Top Gun e trionfa).

 

Qual è il prossimo insuccesso annunciato? Ah, già. Biancaneve senza nani (perché pare brutto parlare di nanismo), e che non ha bisogno del Principe Azzurro per salvarsi. Ovviamente…

Oh, vedo che Disney+ trasmetterà una serie con una ragazza che si è fatta mettere incinta da Satana… Un’operazione simpatia, evidentemente.

Insomma, sì, la stupidità woke c’entra. E non c’entra.

 

Ed entra in scena Barbie.

Il film di Barbie non l’ho visto, ed eviterei volentieri di guardarlo, se non fosse che chi ha figlie femmine prima o poi…
Che commento potrei fare al momento, al buio? Ho solo intravisto dei giudizi altrui, tendenzialmente negativi. Ma dobbiamo riconoscere il successo globale: non si incassa un miliardo e mezzo di dollari al cinema così, per caso.

Perché dunque voglio per forza dire la mia? Perché credo sia istruttivo imparare a porsi nella prospettiva più realistica: capire cosa funziona, anche se non lo si conosce direttamente. Il mondo è troppo grande per poter conoscere tutto, o per permettersi il lusso di sapersi orientare solo su ciò che si conosce bene.

 

Barbie piace nonostante, a quanto leggo

-sia pieno di predicozzi politically correct

-metta in scena un mondo di Barbie stupidamente utopico, dove le donne hanno il potere in maniera totale

perché, dicono

-sa essere autoironico,

-sa far ridere,

fresco e differente.

E non è poco. Aggiungerei io: non c’è solo l’idea vincente, tipica di un lavoro a più mani, di lanciare il sasso e tirare indietro la mano; imporre un femminismo a senso unico, ma poi prenderlo in giro. Del resto il personaggio di Barbie non può che essere contraddittorio: il modello di una donna al contempo vincente e oggettivizzata.
Emanciparsi, poter fare tutto nella vita, ma dover avere un fisico perfetto, impossibile, per poter piacere.

No, il punto vero è che nel presente panorama cinematografico asfittico, dove si va sul sicuro e si rimasticano vecchie idee, il film di Barbie, fatto bene, mancava totalmente. Era facile costruire su di un soggetto già pronto, non ancora sfruttato.

Ed è questo che funziona, woke o non woke: avere idee nuove, raccontare una storia inedita pur giocando su personaggi familiari.
Venderti un prodotto che non abbia visibilmente la sola “virtù” di essere politicamente ben allineato, e di far parlare di sé perché chiunque non lo elogi viene attaccato come maschio-bianco-patriarcale-omofobo-razzista-reazionario.

Quindi in un certo senso la risposta alla domanda del titolo è sì.
Barbie non sarebbe tecnicamente una vittoria del mondo woke, ma mostra che si vince e stravince senza rinunciare a questa prospettiva rivoluzionaria, presa anzi come un retroterra tranquillamente condiviso.

 

Non illludetevi.

Lo dico ai compagni di sventura, ostinatamente legati come me al non cedere, difendendo il senso della famiglia e della sessualità. Non crediate di avere il grosso della popolazione dalla nostra parte, solo perché qualche prodotto indigesto viene punito dai consumatori.

In realtà la Disney, come gli altri, dei flop li ha sempre fatti. Oggi di più ma per ragioni varie, come detto. Sì, c’è un momento di crisi creativa, ma tanto è generalizzata, perciò il pubblico man mano si adatterà e spesso si accontenterà di pastoni rimaneggiati e storie poco credibili.
Nel frattempo la capacità di influenzare ed indottrinare rimarrà. Sì, diminuirà un po’ il pubblico, ma questo non cambia affatto il quadro generale. I ragazzini guarderanno qualche film in meno, ma giocheranno molte più ore a videogiochi che comunque, nella parte creativa, rispondono agli stessi canoni, rispecchiano le stesse scuole di pensiero.

Godetevela, questa vittoria di Pirro della Disney woke che butta centinaia di milioni, dico con amarezza. Non durerà, la base solida del business rimane. Nel frattempo il rullo compressore della propaganda continua.

Non hanno necessariamente fretta. Beh, alcuni sì… Ma la partita si vince con la pazienza, a gioco lungo.

Un tempo un contenuto giudicato immorale poteva segnare negativamente un film ed una casa di produzione. La gente protestava, bloccava. C’era persino la censura, e non dico che in questo senso fosse meglio.
Quei tempi sono passati. Non solo le proteste non hanno effetto, al massimo fanno maggiore pubblicità ai disgraziati. Ma siamo nell’oltre, neanche si reagisce più.

Gutta cavat lapidem. Non conto gli esempi di cartoni per bambini, anche per i più piccini, che pur magari mostrandosi come prodotti di qualità (a volte, a loro modo) inseriscono il contenuto velenoso, in più, a freddo, senza clamore.
Discretamente, che lasci un segno ma senza strafare.
Mettendoci tra qualche anno davanti al fatto compiuto: la società è cambiata, e non abbiamo fatto niente.

Solo due-tre esempi. Tacendo per carità di patria del lavaggio del cervello sul Riscaldamento Globale, che diventa il tema principale di intere serie. Mi limito a parlare del senso della famiglia.

La serie a cartoni della BBC Hey Duggee è una piccola perla, anche nella furbizia. Disegni elementari, facili da animare, trama che praticamente si scrive da sé: il milionesimo esempio di animali antropomorfizzati. Il circolo dei lupetti, cuccioli vari guidati dal cane adulto Duggee. Devono imparare a conoscere la vita, quindi ogni puntata è dedicata ad un concetto elementare: i colori, le forme, i mestieri, uguale e diverso, lavarsi i denti; l’investigazione, il fare amicizia, le vacanze, il singhiozzo, la pioggia… ma anche temi più discutibili tipo lo yoga e le soap opera.

Ebbene, in questa serie, che pure ha delle trovate intelligenti che possono far sorridere anche gli adulti, compaiono due personaggi ricorrenti, Mr. Crab ed il suo compagno Nigel, che sono una coppia di granchi gay. Non ho notato episodi in cui la cosa fosse dichiarata esplicitamente, ma è evidentissimo, se non altro per l’insistenza con cui lo straripante Mr. Crab dichiara quanto tenga al suo Nigel, che al contrario è silenzioso e remissivo. In un episodio del 2015 sui castelli di sabbia, la nostra banda deve costruire una nuova casa dove i due devono andare a vivere assieme; vedo che sulla pagina riassuntiva di Wikipedia, per questo episodio Nigel viene presentato come “partner”; passato un po’ di tempo, nel 2021 la puntata sull’imparare a leggere l’ora vede invece i lupetti impegnati ad organizzare una festa a sorpresa. Da parte di Mr.Crab per Nigel, ovviamente, che visto il progresso di questi anni (…) viene a questo punto indicato su Wikipedia come suo “marito”.

Parliamo di un cartone che si rivolge a bambini piccolissimi, come si può capire dagli argomenti che ho elencato. Lo stesso pubblico a cui si può insegnare per la prima volta come fare le bolle di sapone, o il concetto che un bruco diventa una farfalla, viene messo in condizione di dare invece per scontata la presenza di una coppia gay: più naturale ed immediata delle cose semplici che di volta in volta vengono spiegate…
Su di un concetto così complesso e sfuggente, viene minimizzata (precocemente!) la possibilità di avere un atteggiamento critico o dubbioso.
Da notare che nel cartone non ci sono altre coppie. L’amore tra i due granchi maschi è l’unico che viene presentato in tutta la serie, a quanto mi consta.
Sì, c’è l’amicizia e l’abbraccio dei piccoli a Duggee ad ogni puntata, ma non ci sono famiglie. Solo un genitore singolo per ogni cucciolo, che appare fugacemente al termine di ogni episodio per riportarlo a casa.
Questi sono i contenuti che piacciono a chi conta: così si celebra la coppia omosessuale come unica, ma non si crea occasione di imbarazzo per chi non ha due genitori. Perfetto, no?

 

E scusate se, come previsto, parlo di tutto fuorché di Barbie…

Esempio meno vistoso ma significativo…. Il simpatico lungometraggio Storks – Cicogne in Missione (2016) (prodotto dalla Warner Bros. proprio come Barbie) e la serie di telefilm T.O.T.S. – Trasporto Organizzato Teneri Supercuccioli (2019-2022) (questo invece trasmesso da Disney Channel) si basano sullo stesso tema: la storia di una organizzazione di cicogne, dedite alla consegna di neonati alle fortunate famiglie di destinazione. Ebbene, prestando attenzione si potrà osservare, tra gli altri, il caso della consegna di bebé o cuccioli (rispettivamente) a coppie dello stesso sesso. (Del resto la boss di TOTS è una cicogna single in carriera, che adotta un cucciolo di un’altra specie e gli fa indirettamente pesare il suo non essere una vera madre, che lascia il figlio sempre in mano ad altri…)
Uno dirà: non è poi molto. Ma dai tempo al tempo, la gradualità è sempre efficace. Vedere alla voce rana bollita.

Qui si tocca con mano la criticità: attraverso l’idea delle cicogne il cortocircuito tra vecchie storie e nuove pretese rivoluzionarie è completo. L’essenziale del fare figli ed essere famiglia è estremamente sfuggente, si situa sullo sfondo, tra la carnalità animale coito+gravidanza e le conseguenze indirette di uno sviluppo mentale stimolato, rassicurato, ben centrato attraverso il rapporto con entrambe le dimensioni, materna e paterna. Un tempo, parlando di cicogne ai bambini, tutto ciò veniva eufemisticamente nascosto alla vista, ma era dato per ovvio ed intoccabile. Oggi invece si pretende di negarlo, nella maniera più radicale possibile.
La cicogna diventa la perfetta metafora dell’utero in affitto, e con queste premesse superficiali non si vede davvero cosa ci possa essere di male, in un’organizzazione di brave persone che si impegnano nobilmente nel consegnarti fin sulla porta di casa il tuo figlio su ordinazione.

Il bambino prende naturalmente per vero quel che gli dicono: che due persone si vogliono tantissimissimo bene. E quando c’è l’ammoooore basta, non c’è altro da dire… Love is love

Quel che si vede è la famosa famiglia composta dalle persone che “usano lo stesso frigorifero”. Proprio come papà e mamma, i due papà o le due mamme ti comprano la merenda, ti curano e ti consolano se hai la bua, ti scorrazzano in giro, da scuola al corso di danza… si preoccupano per te, ti danno la buonanotte… Sembra davvero una forzatura incomprensibile, e una crudeltà nei loro confronti, negare loro lo status di famiglia a tutti gli effetti.
Come se uno insistesse a voler costruire una casa sulla sabbia, perché le fondamenta delle altre case sono nascoste sottoterra, e perciò, se sono invisibili, non sembrano importanti…

Mi viene da dire, per chi sa cogliere: manca sempre la consapevolezza di “quel che non si vede”, e questo mi ricorda la lettura dei rapporti economici acutamente proposta da Frédéric Bastiat. E allora, non è che per caso oggi siamo keynesiani persino negli affetti ed organizzazione sociale?

In questo senso la vera colpa della cultura popolare, del cinema ed in special modo dei cartoni, è il passare il messaggio che non ci siano una verità ed una giustizia intoccabili, a volte all’apparenza dure e difficili da capire, ma che invece tutto ciò che è buono sia espressione delle nostre reazioni istintive immediate: è vero solo ciò che anche un bambino può credere di aver capito, ad una prima occhiata, senza saperne nulla e senza alcuna cautela verso le furbe manipolazioni dei veri influencer
Semplicismo ed emozionalismo: la vera ricetta per essere fatti fessi a colpi di ricatti morali e mezze verità ben presentate.

In questo senso dobbiamo capire: il messaggio tendenzioso dentro un film od un cartone non è l’origine di un bel nulla. Rappresenta solamente un ingranaggio, anzi uno degli ultimi anelli di una catena. Se anche per assurdo riuscissi a bloccare quel film, a far cambiare idea a quel regista, ad influenzare quegli sceneggiatori… Il loro ruolo, nella rivoluzione, verrebbe semplicemente assunto da altri.

Questo non significa che non si debba reagire, criticare, magari anche boicottare: perché se neanche più reagisci… Ma non è lì la soluzione.
La risposta, difficile, di lungo termine, è nel riuscire a fare cultura in maniera più convincente e profonda: la verità tutta intera, quando finalmente emerge (anche grazie allo sfinimento di chi è stufo di pose e finzioni) seduce l’intelligenza, cattura i migliori; e da lì guadagna spazio, si diffonde.

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