Crollo del Ponte Morandi. Colpa dei NO GRONDA?

meme che collega il crollo del ponte Morandi alle campagne pubblicitarie shock della Benetton

La fine di una dinastia imprenditoriale? Chi di campagne pubblicitarie shock ferisce, di campagne shock perisce…

A margine del mio articolo precedente sulla tragedia del crollo del Ponte Morandi a Genova.
Come avevo previsto infuriano le polemiche da giorni. L‘ira della gente si abbatte su Autostrade Spa (Autostrade Per l’Italia) e sulla famiglia Benetton che la controlla. L’osceno contratto di concessione -di cui dicevo- oggi è sulla bocca di tutti.

I Benetton, il cui business nel vestiario è in declino da tempo, ottennero per graziosa concessione dei governi di centrosinistra prima i Supermercati GS e poi la gestione autostradale che, acquistati con soldi presi a prestito (!), si sono rivelati business estremamente anomali, per quanto profitto hanno portato (e garantito dal contratto, nel caso di Autostrade!).
Scopro ora che nonostante gli aumenti delle tariffe ben oltre il livello di inflazione, negli ultimi 2 anni hanno nettamente diminuito gli investimenti per manutenere e rimodernare la rete. Nel frattempo l’Italia si scopre piena di viadotti autostradali in pessime condizioni, con armature in disfacimento a vista.
Insisto sulla mia spiegazione: mentre Autostrade Spa massimizzava il numero di interventi di manutenzione ordinaria per fare cassa (secondo il meccanismo più spendi – più guadagni) cercava di evitare o almeno rimandare il più possibile gli interventi più sostanziali, difficili e che avrebbero comportato interruzioni del servizio, come rifacimenti, sostituzioni di ponti.

Il governo è partito coi proclami, nel suo stile che ormai conosciamo, parlando apertamente di revoca della concessione ad Autostrade a prescindere dalle colpe da accertare. Cosa che legalmente potrebbe essere parecchio problematica, ma certo questa gestione avrà ben pochi difensori.

Ma ci sono altri “colpevoli”?

 

Mettiamo un po’ di chiarezza.

Questo articolo del Giornale porta una tesi interessante: la colpa del crollo sarebbe dei comitati contro la Gronda Autostradale di Ponente, un grande progetto che prevede la costruzione di un nuovo tratto di autostrada per permettere al traffico di aggirare la città di Genova. Progetto rimandato all’infinito negli anni, anche per colpa di chi si opponeva una decina di anni fa.

tracciato previsto della nuova gronda autostradale di Genova

In giallo il progetto attuale del secondo ramo, la “gronda” per bypassare gran parte della città

Senza questo ostruzionismo nemico del progresso, si dice, la città avrebbe avuto il suo raddoppio autostradale, sgravando il tratto del ponte dall’eccesso di traffico e magari permettendo di chiuderlo per lavori importanti.
Ora, siccome il Comitato dei No Gronda è poi confluito nel Movimento 5 Stelle, ecco che la responsabilità ricadrebbe sullo sgangheratissimo partito attualmente al governo.

Questa linea accusatoria imperversa letteralmente da giorni su tantissime testate giornalistiche.

Oltretutto il professor Antonio Brencich, docente di Strutture in cemento armato alla Facoltà di Ingegneria di Genova, un paio d’anni fa aveva definito il ponte Morandi “un fallimento dell’ingegneria”, da sostituire necessariamente.

 

Ed addirittura a fine 2012 Giovanni Calvini, presidente di Confindustria Genova, aveva tuonato:

“Quanto tra dieci anni il Ponte Morandi crollerà e tutti dovremo stare in coda nel traffico per delle ore – diceva – ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto ‘no’ (alla Gronda, ndr)”

La risposta di Paolo Putti a nome dei Cinquestelle, giudicandola a posteriori, è imbarazzante. A cappello di un discorso contro un’opera dal costo previsto di 5 miliardi di euro, vista come uno spreco, ecco la frase:

A noi Autostrade, in quest’aula, ha detto che per altri 100 anni può stare in piedi.

Da quella dichiarazione si arriva ad un comunicato con cui nel 2013 i M5S prendono posizione nero su bianco contro la “favoletta dell’imminente crollo del Morandi”.

Caso chiuso? Colpa dei grillini?

 

Dove mi prendo le mie colpe.

Tra il 2008 ed il 2009 sono stato coinvolto dai No Gronda e nel 2009 ho preso parte ai dibattiti pubblici sul tema.
Quello che segue è scritto con assoluta sincerità (liberi di non credermi), da parte di una persona che ha vissuto quelle fasi da una posizione unica, adatta -credo- per farsi un’idea il più possibile obiettiva degli avvenimenti.
Se cercate una risposta facile che vi possa produrre una sferzata di piacere, dando la colpa di tutto al vostro nemico preferito, avete sbagliato indirizzo. La questione è complessa.

 

Uno dei tracciati proposti per la Gronda prevedeva l’abbattimento di casa mia; quando abiti in una villetta nel verde e scopri che tutto quello per cui i tuoi genitori hanno faticato una vita verrà rovinato o distrutto non la prendi bene. Era la casa in cui avevo sempre vissuto.
Quei progetti che squarciavano sfacciatamente alla base, con gallerie multiple, una collina boscosa soggetta a frane, li percepivamo come un pugno nello stomaco. Non è un caso che in seguito risultarono tecnicamente non proponibili e vennero abbandonati, spostando il tracciato altrove, ancor più in galleria, senza affioramenti in zona. Per dire, quelle semplici linee tracciate sulle mappe erano tutt’altro che scienza infusa, di fronte alle quali avremmo dovuto doverosamente inchinarci.
Ma dieci anni fa questo sviluppo non potevo immaginarlo. Dovevo fare l’avvocato d’ufficio della mia vecchia casetta, conscio di rappresentare un interesse di parte e dunque a disagio per questo motivo.
Cercai di comportarmi come un avvocato leale: affrontando criticamente le ragioni della controparte, senza forzature e trucchetti. Respingendo le prese di posizione basate su dati discutibili che avrebbero potuto giovare alla mia parte.

 

Partecipai ad incontri e manifestazioni, ma più passava il tempo più cresceva il mio disagio. Troppe cose mi dividevano dalla linea scelta dal Comitato No Gronda. Eppure sentivo di dover partecipare, era una battaglia di bandiera, lo dovevo alla memoria dei miei genitori e dei miei nonni.
Ricordo nitidamente (e con un po’ di vergogna) di aver pensato che se ci fosse stata una decisione d’autorità, che mi avesse tolto la casa pur con un congruo indennizzo, una imposizione contro la quale non potermi appellare …sarebbe stata un sollievo. Via il dente. Non avere niente da rimproverarmi, ma passare oltre e ricominciare.
L’alternativa che si profilava: anni a combattere al fianco di amici, conoscenti, sconosciuti animati dal sacro fuoco dell’ecologismo (o persino del presunto antifascismo), non sapendo bene per arrivare a cosa.

 

Ragionando a posteriori è chiaro: la battaglia contro il nuovo tratto autostradale era una battaglia sbagliata. Ma per ragioni completamente diverse da quelle discusse allora.

Checché se ne dica oggi, del rischio crollo per il Ponte Morandi allora non si parlò mai.

Ho sbagliato, abbiamo sbagliato.

Ma non è così semplice come hanno voluto raccontarla.

Paradossalmente ribadisco il mio timore, fin da ragazzo, all’idea che quel ponte potesse crollare. Un conto però è una paura irrazionale anche se basata sulla consapevolezza di avere a che fare con un manufatto anomalo, nato da una scelta progettuale discutibile. Altro è aspettarsi che chi gestisce il ponte non sia davvero in grado di accorgersi che sta per cadere.

Aggiungo, visto che negli ultimi 3 anni sono passato raramente da Genova, che ultimamente la sensazione che il viadotto vibrasse molto, mentre lo attraversavo, mi aveva colpito, dando maggiore sostanza alle paure.
Forse perché non ero più abituato ad attraversarlo?
Ma sono suggestioni. Torniamo ai dati concreti.

 

I pre-populisti

Il dibattito sulla Gronda è stata una occasione di crescita per me, toccare con mano i limiti della cosiddetta democrazia partecipata. Ma anche i limiti dei nostri rappresentanti politici.

Interessante ripensare a quei giorni, a quei cortei minimizzati dagli stessi media che sono capaci a dare risalto nazionale a manifestazioni molto più ridotte, se politicamente dalla parte giusta. Interessante alla luce dell’attuale diatriba sui populismi.
Mentre -ancora non lo sapevamo- andava scomparendo la vecchia politica partecipata, la base del vecchio Partito Comunista ormai squagliatasi al sole, sorgevano gruppi di cittadini motivati da un interesse comune, uniti da una ingenua fiducia nella propria capacità di contare e decidere con competenza, slegati da ogni appartenenza ideologica e per questo più facilmente influenzabili dalle mode e dagli slogan, primo tra tutti l’ecologismo.
Lo sbocco di questo tipo di comitati non poteva che essere il Movimento 5 Stelle. Questo è già un dato significativo, perché dimostra che M5S sarà anche un fenomeno artificiale nato a tavolino, ma ha raccolto realtà che stavano già sorgendo comunque.

Il populismo non viene dal nulla. Una spinta importante al fenomeno viene dalla classe dirigente, con decisioni sbagliate e corruzione diffusa: fenomeni che spingono alla reazione. Poi una volta schiacciata con mezzi anche pesantemente sleali, la reazione diventa rabbiosa e cronicizza.

 

D’altra parte eravamo una minoranza molto esigua, isolata ma motivata, e mi preoccupa la forza con cui persino quella causa persa, osteggiata da tutti, riuscì a farsi sentire.
Anche se va detto che chi davvero poté frenare il progetto, raffreddando gli entusiasmi per scelta politica, fu solo in seguito Marco Doria, dal 2012 sindaco “de sinistra sinistra” ma eletto da una coalizione che comprendeva il PD; Doria il classico radical chic: discendente di antica famiglia aristocratica innamorato del comunismo; Doria che fece cambiare il vento dichiarandosi contrario al progetto in campagna elettorale, pur tra le successive ambiguità.

 

Seguendo da vicino le vicende della Gronda ho potuto osservare sì un velleitarismo oltranzista da parte di chi si opponeva, ma anche il pressappochismo cialtrone di chi la sosteneva, istituzioni ed amministratori locali in primis. Perché le storie bisogna raccontarle bene.

Nel dibattito pubblico del 2009 si discuteva di rapporti costi-benefici, di viabilità e di inquinamento. Nessuno ventilava l’ipotesi che fosse necessario interrompere l’utilizzo del tratto esistente, meno che meno che vi fosse il rischio di un collasso improvviso del ponte. È una mistificazione MOLTO GRAVE dire oggi, col senno di poi, che quella doveva essere la ragione della nuova opera.

 

Il terreno dello scontro, i giochi delle parti

Veniamo dunque al “profeta” Calvini, e alla sua sparata sul Ponte Morandi che sarebbe crollato dopo 10 anni, nel 2022.

Non conosco Calvini, ma nel suo ruolo istituzionale rappresentava una classe imprenditoriale genovese che ben meritatamente è da decenni oggetto di critiche: i cosiddetti maniman (parola genovese intraducibile che significa sostanzialmente “non sia mai che”), proverbiali nella loro difesa delle posizioni di rendita esistenti, sospettosi delle iniziative altrui specialmente se potenzialmente in grado di fare loro ombra, usi a muoversi coi piedi di piombo e a cercare accomodamenti nei salotti buoni.
Questa classe dirigente per una volta vedeva con favore la novità, ma c’è un motivo ben preciso: nella Gronda intravedeva potenziali benefici per industria e commercio, ma nessuna spesa od onere particolare a proprio carico. Guadagno senza spesa (siamo o non siamo Genovesi?)

 

Questo era dunque lo scenario del 2009:
Autostrade aveva identificato l’occasione di un nuovo business miliardario, sia attraverso gli appalti di costruzione a proprie controllate, sia con rincari sui pedaggi, sia con l’incremento del traffico generato.
Autostrade Spa giustificava a posteriori, in maniera raffazzonata ed inconcludente, la bontà dell’opera che a loro conveniva.
A margine: i rappresentanti di Autostrade trasmettevano il senso di deferenza rispetto all’intoccabile Morandi e la confidenza nella continuità dell’utilizzo del tratto esistente.
Codazzo di (im)prenditori genovesi a dare sostegno al progetto.
Istituzioni, Regione, Provincia e Comune di Genova appiattiti sulle posizioni di Autostrade, accettate acriticamente. Studio del Comune sul traffico, pubblicato come pezza d’appoggio: dilettantesco, patetico, impresentabile.

Dall’altra parte, a contestare l’opera…
Argomentazioni cosiddette populiste effettivamente basate sull’emotività e sull’effetto Nimby.
Discorsi inconcludenti sull’ipotetico aumento di inquinamento da traffico veicolare, tutto da dimostrare (e ragionamento fuori bersaglio, non si combatte un inquinamento che è comunque già in diminuzione con il contrastare lo sviluppo delle attività umane).
Campagna infinita contro i rischi presunti da amianto, a causa di una modesta presenza di roccia amiantifera in un tratto da scavare lontano da abitazioni. Questo era uno degli aspetti che mi infastidiva maggiormente, e non mancai di farlo notare. Usare la scusa dell’inquinamento vagamente presunto in questo modo bloccherebbe tutte le opere, ma proprio tutte.
Varie ed eventuali, favorire il traffico su rotaia, discorsi sui costi…
Il sottoscritto che, in fantastica solitudine, cercava di discutere aspetti più tecnici e profondi, non adatti a far presa sull’immaginario come gli slogan semplicistici, perciò  snobbato da entrambe le parti.


Come al solito, tutti hanno torto.

 

Abbiamo veramente bloccato un’opera che sarebbe stata la salvezza?

Ricordo di aver espresso all’epoca un pensiero ben preciso: ero disposto a riconoscere la bontà dell’opera, se giustificata da studi seri. Ma non potevo accettare come buone le giustificazioni presentate, che non reggevano. Confermerei ancora oggi quel parere.

 

Certo, ora ragioniamo su basi completamente diverse, non sull’opportunità di due percorsi paralleli, di cui uno nuovo con un tracciato discutibile come spiegherò, ma sulla sostituzione in emergenza di un tratto interrotto.

Va riconosciuto che sbagliammo. Per una ragione che -confesso- avevo in mente già allora: nella gestione della cosa pubblica spesso è necessario intraprendere opere in gran parte ridondanti, viziate da difetti, mal gestite o di utilità, almeno inizialmente, marginale, nonostante i costi elevati. Il mondo non va avanti realizzando solo ciò che è essenziale e ben difendibile!

Diciamo anche, per amore di verità, che all’epoca non esistevano sponde politiche per i No Gronda, a parte una minoranza del gruppo di Rifondazione Comunista (!), mi pare si trattasse di un singolo consigliere comunale di RC sui 3 esistenti…
Vogliamo davvero sostenere che l’azione di quei comitati abbia potuto avere un peso tanto significativo da bloccare a lungo i lavori? Come ho spiegato i tracciati erano preliminari, il progetto dovette essere pesantemente rivisto. Si era in alto mare.

I comitati, pur ignorati quando non sbeffeggiati, potrebbero aver rallentato l’iter di un lasso di tempo compreso tra 0 e 2 anni? Ma 2 anni proprio ad essere generosi, eh!
Il progetto definitivo approvato l’anno scorso (e che visti i drammatici eventi di questi giorni senza dubbio verrà velocizzato) prevede cantieri aperti tra il 2019 ed il 2029, forse 2030! Ovviamente salvo i proverbiali ritardi di consegna.
Vogliamo dire una buona volta che senza l’ostruzionismo dei comitati, un nuovo tratto autostradale percorribile magari già dal 2027 non avrebbe risolto affatto il problema di un ponte che crolla improvvisamente nel 2018?

 

Il Povero Putti

Se veniamo alle parole di Calvini, è cruciale osservare che quel discorso avviene ben tre anni e mezzo dopo la fine dei dibattiti, quando lo scenario sta improvvisamente mutando e la Gronda, grazie come detto al nuovo sindaco Doria, sembra sfumare.
Si coglie infatti il tono rabbioso di Calvini nella frase riportata. Lungi dall’essere frutto di analisi o conoscenze particolari, si tratta di una sparata frutto di frustrazione.
Prova ne sia il fatto che parla di “passare ore in coda”. Ora, va detto che -pur nella tragedia- paradossalmente ci è andata ancora bene: in altre circostanze, in orario di punta e cadendo sulle case, il crollo del Morandi avrebbe potuto causare parecchie centinaia di morti. Chi mai potrebbe, paventando sul serio uno scenario del genere, portare l’enfasi solo sui problemi del traffico, neanche nominando i morti?
No, non aveva previsto nulla. Nella boutade ha avuto fortuna, per così dire. Così come è rimasto fregato Paolo Putti, allora dei Cinquestelle.

 

Bisogna dirlo a chiare lettere: nella diatriba sulla Gronda esistevano solo due parti, Autostrade e il piccolo comitato contrario alla costruzione. Tutto il resto, le istituzioni, erano contorno, fiancheggiatori.
Putti, leader storico dei comitati, non aveva fatto altro che combattere e contestare Autostrade per anni. Ora viene attaccato, messo in mezzo, per quella singola volta in cui si è fidato della parola dei suoi avversari!
Era ragionevole che almeno su quello dicessero la verità. Chi si aspettava che non fossero in grado di impedire una tragedia come quella che poi è avvenuta?

È dunque una grave mistificazione, per quanto involontaria, invertire i ruoli tra l’oppositore di Autostrade ed il rappresentante dei fiancheggiatori acritici. (Visto il fatto che Autostrade Per l’Italia, capiamo meglio ora, ha potuto sempre contare sull’appoggio delle istituzioni, marciandoci.)
Anche se su questo singolo botta e risposta, a causa dell’imprevedibile, la ragione va a Calvini.

 

Fenomenologia grillina

Fatemi dire qualcosa su Paolo Putti, persona degnissima che posso dire di conoscere (anche se non frequentavo, non vedo da tanti anni e non è mio amico, posso quindi esprimere un giudizio distaccato, per amore di verità).

Forse l’ultima riunione del comitato a cui partecipai fu quella in cui si discuteva se rimanere apolitici o confluire nei 5 Stelle, anche perplessi del fatto che la sezione genovese era già squassata da lotte intestine. Il Movimento allora era solo agli inizi, fui io, pur contrario, a rilevare quella sera che i tempi erano maturi per ben altri risultati che puntare ad un semplice 5% alle elezioni comunali.

Ed infatti il fenomeno poi esplose.
All’epoca lucidamente mi accorsi che avrei potuto, cambiando completamente registro ed accettando di unirmi al coro grillino, lanciarmi in una carriera politica.
Se fate caso al livello di tanti personaggi -miracolati- che sono arrivati poi in Parlamento, converrete che avevo ragione. Ma non sono mai stato disposto a rinunciare alla mia integrità: per questo fui ben contento di rimanere un signor nessuno isolato piuttosto che recitare la parte del tribuno della plebe, per sostenere assurdità “che la ggente ce lo chiede”.

Fu così che io mi allontanai definitivamente, in seguito Paolo Putti e due altre bravissime persone del comitato vennero eletti al Comune di Genova con il M5S. Putti addirittura era il candidato sindaco di bandiera e sfiorò di pochissimo il ballottaggio (cosa che ritengo lo abbia stupito e spaventato).

Cercarono di portare avanti con coerenza le loro battaglie.
In questo modo mi permetto di dire commisero due errori:
1- seguire con coerenza una linea sbagliata (vedi gli accenti di allarmismo ecologista);
2- credere che nel Movimento 5 Stelle fosse possibile mantenere una coerenza. O comunque fare cose sensate e per di più portando avanti la mitica rappresentanza dal basso.

Ed ecco che ad un certo punto Putti ed altri lasciarono il M5S in aperta polemica con i vertici, contestandone il dirigismo.
La natura inquietante di questo partito sui generis: proprio quando afferma di dare voce a tutti persegue politiche calate dall’alto, coperte da processi decisionali opachi.

 

Bene, tirando le fila di questo discorso vorrei fare un confronto tra Paolo Putti e Luigi Di Maio. Perché sono convinto a ragion veduta che il primo sia decisamente superiore al secondo, tranne che nella faccia tosta (anche se pure quella serve in politica, anzi è fondamentale).
Partono dalla stessa base; li ritengo entrambi non all’altezza di un incarico di governo (così come sono impreparati la maggioranza assoluta degli eletti in genere e la quasi totalità dei grillini).
Il primo, persona umile, affidabile e conscia dei propri limiti, non cerca gloria e vede la sua carriera politica stroncata dal fatto di aver compiuto la scelta moralmente giusta uscendo dal partito-setta; a distanza di anni passa pure per corresponsabile della strage quale rappresentante dei grillini anti-tutto.
Il secondo invece, proprio perché cafone sfacciato ed ambizioso che ignora la propria ignoranza, scala rapidamente posizioni e diventa Vicepresidente del Consiglio; può così fare lo splendido mettendo alla gogna i colpevoli di Società Autostrade, come rappresentante dei buoni.

La vita non è giusta, va bene, bisogna accettarlo; ma almeno misuriamo i nostri giudizi. Altrimenti contribuiremo sempre a far emergere i peggiori.

 

Le ragioni dei populisti

Il problema rimane sempre quello: come spiegai quando in un articolo introdussi la Legge dello Sfratto e dei Tarocchi, tendiamo a sopravvalutare la nostra capacità di risolvere i problemi della vita reale, duri e affrontabili solo attraverso un lungo lavoro di specialisti, per il fatto di essere riusciti a demolire gli errori stupidi della controparte.

 

Vediamo un esempio di cialtroneria d’alto bordo presa dal dibattito di questi giorni.
Il Sole 24 Ore apparentemente vuole disegnare un quadro favorevole ad Autostrade Spa. Come se volesse influenzare i lettori, sminuendo l’entità dei margini di profitto di cui gode il colosso delle strade a pedaggio.
Pubblica una infografica in cui l’utile distribuito agli azionisti di Atlantia (la società dei Benetton che possiede Autostrade per l’Italia) nell’arco di 16 anni (!) sarebbe di soli 2,1 miliardi. A fronte di un totale vicino ai 9 tra tasse pagate, concessione ed oneri vari. Al contrario risulta ufficialmente che qualche anno fa quando andava male l’utile fosse intorno ai 6-700 milioni l’anno, mentre i 2 miliardi abbondanti si ottengono già sommando i soli anni 2016 e 2017. E ricordiamo che per contratto non possono mai andare in perdita.
Non so quale alchimia contabile o finto sbaglio abbia applicato il Sole, ma direi che la faccenda puzza parecchio.
A dare maggiore risalto alla cosa ci ha pensato l’ineffabile Chicco Testa, politico del PD proveniente dall’ambientalismo e trasformatosi in top manager di aziende di primissimo piano, tra cui Enel. Eccolo mentre rilancia su Twitter il “dato” falsato, ma dimostra di non saper risolvere i problemi da scuola elementare.
Questo tizio rappresenta
la créme dei grandi dirigenti politici, che dovrebbero saperne di economia… Evito di commentare il contenuto (preciso solo che il tema nazionalizzazione viene trattato con troppa leggerezza, temo porterà altri problemi).

Dati falsificati a tesi, esponenti politici che li rilanciano senza criterio, diventando una barzelletta. Questo è il tipo di avversario con cui confrontarsi, sempre più spesso.

 

Quando un gruppo di persone comuni, con un poco di studio, riesce a raggiungere una conoscenza di un argomento visibilmente superiore a quella dei rappresentanti politici, come potete aspettarvi che rimanga buona buona a subirne passivamente le decisioni, anche quando sembrano motivate da interessi non condivisibili?
Dopo un primo momento di stupore compiaciuto anzi passa al contrattacco, credendo di aver capito tutto perché, sorpresa, ne sa di più.

 

Vale ovviamente anche per le diatribe su autostrade e viabilità a Genova. Da chi avrebbe dovuto rappresentarci con competenza: arroganza, spiegazioni semplicistiche, strafalcioni.

Mi pare che lo sfondone più carino fosse della segretaria del presidente delle Regione Liguria: avendo sentito parlare dello smarino (la massa di materiale, prevalentemente roccioso, estratto dalle montagne scavando le gallerie) fraintese e lo chiamò “il rosmarino”.

E’ vero che nelle manifestazioni e nei dibattiti da parte del pubblico c’era un clima da rivolta, impossibile per chi sosteneva la necessità di opere pubbliche ragionare pacatamente senza essere attaccati e fischiati.

Ma dall’altra parte, oltre ad una informazione pilotata, c’era un sistema di potere che fece in modo di stroncare la carriera lavorativa di qualcuno che aveva osato esporsi contrastando pubblicamente, a parole, la Gronda (scusate ma per riservatezza non posso divulgare ulteriori particolari). Metodi da mafia.

Ricordo l’allora sindaco di Genova Marta Vincenzi (vera Hillary Clinton dei poveri anche nel riuscire a farsi odiare da tutti, compresi i compagni di partito) al termine di un consiglio comunale rivolgersi ripetutamente verso la galleria degli spettatori No Gronda con espressioni scurrili (e pure questo è in perfetto stile Clinton).

 

Insomma, ce n’è per tutti. Non si trattava semplicemente di quattro invasati che ostacolavano persone ragionevoli, preoccupate invece di portare progresso e prosperità.

Però la storia vera di quelle vicende, da parte di chi ci si è arrovellato senza presupporre di avere ragione, la trovate solo qui, non su Repubblica, sul Foglio o sull’Huffington Post. E nemmeno sul blog di Grillo, se ancora esiste (non ho controllato ma esiste sicuramente…)

 

FINE PRIMA PARTE.
Nella puntata di domani affronterò più nel dettaglio i temi della critica vera alla Gronda.
Perché ne ho le tasche piene di chi pontifica dall’alto della sua ignoranza. Decine di testate giornalistiche, tutte allineate sul capro espiatorio grillino.

Credo mi si possa riconoscere una onestà intellettuale. Non ho dato un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ho cercato di mostrare come i temi siano complessi e ci siano errori da tutte le parti. Il tema è più ampio e dovrebbe interessare anche chi non vive a Genova: parliamo di criteri fondamentalmente superficiali e sbagliati nella progettazione e gestione delle grandi opere.

 

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