Il ponte rotto

Note a margine di una tragedia.

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Il 14 Agosto per me era già un giorno particolare. Associato all’immagine mentale del ponte rotto.
Oggi la mia città, Genova, è sotto shock per il crollo del Ponte Morandi: il ponte autostradale di quasi 1200m che per i Genovesi ha sempre rappresentato molto più di un’arteria indispensabile per il traffico.
Una presenza ingombrante, familiare, un pezzo di vita. L’intersezione tra bello e brutto. Una fonte di timore.

Ormai vivo lontano, forse per questo la vicenda ha per me un sapore surreale.

 

Sarò fatto male, ma non conto le volte che ho attraversato quel ponte o ci sono passato sotto in auto, ogni volta immaginando che stesse per crollare da un momento all’altro.
Quando fin da ragazzino vivi una paura non del tutto irrazionale, il giorno che si avvera non sai più di chi fidarti.

 

Sì, ce lo aspettavamo un po’ tutti.
Il cemento armato usato in trazione, una scelta ardita che ha sempre lasciato perplessi.

Eppure, con tutte le manutenzioni programmate e le rassicurazioni di Autostrade Spa pensavi “Beh, sapranno quello che stanno facendo, starà pure avvicinandosi ad una età critica, ma…”

 

Mezzo secolo fa l’Ingegner Morandi, il progettista, con opere del genere esprimeva l’ottimismo creativo di un’Italia diversa, sfacciatamente proiettata nel futuro, che non aveva paura di sperimentare tecniche nuove e discutibili.
E’ stato uno sbaglio. Ha perso quell’Italia del fare, ma ha perso anche l’Italia di oggi, che vuole la sicurezza e non sa fare, ma nemmeno amministrare quello che ha ricevuto in dote.

Con il ponte crolla il retaggio di quel boom economico fatto di colate di cemento, al suo posto ci ritroviamo le malinconie della cosiddetta decrescita felice.

Siamo qui a guardarci dentro, un paese in dismissione.
E intanto spuntano ancora una volta foto di altri ponti in condizioni pietose…

 

La città di Genova, il porto e la regione resteranno in emergenza per anni: quel ponte era indispensabile, demolire la parte ancora in piedi e sostituirlo non è una impresa da poco.
Il terminal traghetti ad esempio rischia di soccombere.
Credo chi non conosce la zona non possa rendersi conto di quanto la città sia tagliata in due, ora.

Un ponte rotto è anche amara metafora del nostro slancio verso il futuro, in un paese del primato della politica e della politica aggrovigliata su sé stessa.

Ma sarebbe giusto oggi rimandare questi discorsi.

 

Vittime

Sì, al centro dei nostri pensieri devono stare, doverosamente, quei poveri fratelli (più di 30) che si trovavano in coda con l’auto sul ponte, sotto la pioggia, senza sapere che la loro vita sarebbe finita pochi istanti dopo, con un volo di 45 metri.

Terribile sensazione per noi che viviamo/abbiamo vissuto a Genova: finché non saranno completati i soccorsi e verranno comunicati tutti i nomi e le storie, non sappiamo se conoscevamo qualcuno tra le vittime.

Una preghiera.

 

Alla caccia del colpevole

Sono un po’ stupito dalla comunicazione deficitaria della Società Autostrade, in quanto sembrano non rendersi conto di quanto sia forte nel mondo di oggi il desiderio di sfogarsi su di un colpevole, o almeno su di un capro espiatorio. Rischiano pesante di fronte all’opinione pubblica.

 

Loro era la responsabilità.
Hanno mancato nella manutenzione? Diciamo che la storia scellerata del contratto di servizio perlomeno alimenta dubbi.

Per carità, la gestione di un monopolio naturale come quello delle strade a pedaggio non è facile (e non ho ricette di sorta). Ma la via scelta in Italia è stata una delle peggiori possibili: un contratto blindato e molto vantaggioso dei gestori con il committente ANAS, che essendo azienda pubblica ma formalmente una Spa può mantenere segreti i termini degli accordi che stipula, proprio come si trattasse di affari tra società private… Una forzatura che dimostra i livelli di perversione a cui può giungere una gestione del pubblico che si veste da privato.
Dunque non conosciamo i termini del contratto, ma possiamo dire che la Società Autostrade Spa ha la garanzia di guadagnare sempre e comunque dal servizio, e più spende più ottiene il diritto di ricaricare i “costi+” sui pedaggi che riscuote.
Per questo ho osservato per anni il curioso fenomeno del cantiere perenne: ogni pretesto è buono per fare manutenzione, anche per piccolezze come tagliare spesso l’erba a bordo strada o ridipingere di bianco periodicamente l’interno delle gallerie annerito.
Quando i tecnici delle autostrade si dimostrano così proattivi nel disseminare di barriere antirumore tutto il tratto che insiste sulla città, dovresti porti il problema del perché: evidentemente più spendono, più guadagnano.

Nei prossimi giorni assisteremo a polemiche riguardo ad una presunta mancanza di manutenzione, che invece veniva effettuata, visibilmente e continuativamente, anche al ponte incriminato, il nostro caro vecchio mostro di cemento.

No, il punto è un altro. Evidentemente non si poteva/voleva fare una manutenzione troppo invasiva sulla rete autostradale, tale da chiudere interi tratti per troppo tempo.
Figurarsi chiudere un ponte come quello, un oggetto unico per importanza! E chi si prende la responsabilità di tagliare in due una città per mesi od anni?
No, meglio cercare di tirare avanti come si può. Sperando.

La vera causa del crollo

Il problema di fondo, che ci ha portato alla tragedia, consiste in un paio di pensieri che nessuno osava esprimere ad alta voce.

Ne sono convinto. Anche se si cercheranno e magari troveranno cause prossime più adatte alle prime pagine.
Ma ho avuto un poco a che fare con i tecnici di Autostrade e non erano i soli ad esprimere la seguente mentalità.

1. Non è pensabile chiudere il ponte. Deve poter continuare a funzionare. Troppo strategico, insostituibile.

2. Morandi è un mostro sacro, questo ponte è un capolavoro dell’ingegneria italiana che è entrato nei libri di testo, impossibile mancare di rispetto col metterlo in discussione.

Quando non si vuole ammettere, nemmeno a volte con sé stessi, che c’è un problema, perché non è accettabile che ci sia un problema… beh, finisce che non si vede il problema.

Detto questo, è pure possibile che emergano responsabilità più pesanti, di tecnici ed amministratori che sapevano e non hanno agito. L’aspetto esteriore della parte poi crollata era poco rassicurante, notato da molti.

Ma in ogni caso i due punti sopra, specialmente il primo, hanno costituito il terreno su cui queste reticenze hanno potuto contare.
Persino stasera allo Speciale TG1 sulla tragedia l’ospite in studio, chiamato ad esprimere un giudizio senza contraddittorio, era un ingegnere che difendeva a spada tratta il punto 2.

A volte la spiegazione più ragionevole è quella giusta.

 

 

 

 

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