Natale a pezzi

Interno di chiesa moderna

Chiesa di S. Nicolao della Flue, Milano. Foto:  Arbalete (CC BY-SA 4.0)

Un flash di parecchi anni fa, io bimbetto per mano a papà. Vivevamo nella città di ***.
Si era nelle vacanze natalizie, me lo ricordo perché per le strade all’epoca si appendevano ancora le luminarie: festoni, stelle, sagome di candele disegnate con le lucine.
Rincasavamo passando per vie a me sconosciute, eravamo stati in visita ad una prozia.

A pensarci faceva strano che mio padre, agnostico militante vecchio stampo, cedesse alle convenzioni e al cosiddetto spirito natalizio, per andare a trovare i parenti anziani, auguri panettone eccetera. Ma giustamente la zia che ne poteva, se era nata in epoca poco illuminata e a queste cose ci teneva? Ed ecco. Poi conta che era sempre sola.

Forse era proprio in quell’anno che passai per la prima volta Natale con mamma e Santo Stefano con papà. Feste di famiglia.

Ma in quel momento a queste cose non pensavo; volevo solo togliermi da quella serata fredda e tornare al mio videogame degli zombi.

Ad un certo punto sbucammo in una piazzetta; papà rallentò e si fermò in mezzo; fece una pausa studiata e mi disse con un sorriso sardonico:
-Guarda!

Rimasi un momento senza sapere che dire. Lui contemplava da un lato all’altro con lo sguardo, io vedevo solo due tizi che si affrettavano a scaricare un camioncino nell’isola pedonale, e una delle ultime edicole di giornali di carta, ce n’erano ancora.

Vista la mia esitazione proseguì:
-Guardale, le due chiese!
Rideva, ma non aveva bisogno di abbandonarsi al riso. Il suo senso di superiorità si nutriva di gesti misurati.
Vidi le due chiese e comunque non capii.

Dalla piazzetta di fronte a noi si partivano due strade. A destra, verso il tramonto ancora un poco rosso, s’intravedeva la sagoma di una chiesetta modesta parzialmente avvolta nei ponteggi: una cupoletta slanciata e due campanili a bifore incastrati nel corpo principale.
A sinistra, già verso il buio, lungo la strada un altro cantiere rivelava una struttura dalla forma straordinaria, la nuova chiesa in costruzione che si mostrava attraverso grandi superfici di cemento grezzo. Tra gru e castelli di lamiera spuntavano dal corpo cubico come delle torri grigie, tozze e asimmetriche.

-Vedi, disse papà facendosi didascalico, –queste sono le chiese cattoliche. Da una parte c’è quella che sta morendo, ed è inutile che si affannino a restaurarla. Dall’altra c’è quella che nasce morta. Ma noi non ci caschiamo, eh!

Ecco, così anche la vecchia zia era servita.
Non era nell’indole di mio padre soffermarsi a spiegare i particolari, ma dovette pur tenere conto della mia età.
E infatti quell’episodio mi rimase impresso, più come scena che per i significati che avrei capito solo anni dopo. La scena della città triste, buio e luci.

Era un deserto di muri screpolati pieni di graffiti, con lampioni gialli e rari passanti persi nei loro pensieri.
Le due chiese, che combattevano a suon di impalcature per il loro piccolo spazio di visibilità in quell’angolo di mondo indifferente, potevano suscitare al più un sorriso di compatimento.

Erano gli anni dello scisma: due Chiese che rivendicavano a sé il nome di Cattolica e facevano volare gli stracci, litigandosi le eredità e coprendosi di accuse.
Due papi che si ignoravano con freddezza.

Gli uni chiusi alla realtà moderna, convinti di poter restaurare un mondo fatto di regole morali che a noi persone normali neanche passava per l’anticamera del cervello.

Gli altri, ancora più ridicoli, a rincorrerci in tutti i modi, a cercare disperatamente di essere moderni, fare i piacioni, introdurre novità effimere. Come un’ottantenne che si mette la minigonna e pretende di parlare ggiovane.
Che ce ne facevamo, della benedizione al profilattico, delle donne-prete, del paradiso immaginario per tutti, dove anche se sei stato un farabutto poi finisce come in una bella favola ed è tutto perdonato?

Ma queste storie ci passavano sopra la testa.
Non ci fosse stato mio padre, così fissato sullo sputare sul cadavere dei preti con signorilità, tutte queste cose non le avrei nemmeno notate.

Morivano nell’indifferenza generale.

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