Piano inclinato eutanasia

Aggiornamento 2 -5 luglio- Esecuzione ancora rimandata, grazie alla mobilitazione internazionale.

Charlie Gard, il piccolo malato condannato a morte dai giudici, attende ancora.

E niente, il cosiddetto Popolo (della Rete?) si è fatto sentire. Pregando. Scendendo in piazza a gruppetti. Facendo petizioni. Tempestando di telefonate e messaggi chi di dovere.
Qualcosa si è mosso: per il momento non si sa quando intendano uccidere il bambino, ma hanno preferito “dare più tempo alla famiglia”.
Secondo la logica di questi medici, andrebbe “lasciato” morire soffocato in modo che smetta di soffrire. Però questa loro iniziativa, e la battaglia della famiglia per fermarli, vanno avanti da mesi. Se fosse così imperativo per il bene del piccolo, se davvero soffrisse e la risposta giusta fosse la morte, perché prolungare l’agonia di una settimana o di un mese?

No, il piccolo non c’entra. E’ diventata una problematica politica, da gestire.
Però così possiamo osservare che non è vero che il futuro si dipana inesorabile di fronte a noi. Si può fare argine, con iniziative di largo respiro in nome del valore dell’essere umano. Ma non bisogna mollare la presa, altrimenti quelli fanno come al solito: un rinvio per fiaccare le resistenze, e poi, quando la gente non ne parla più, avanti come prima.

 

Qualche spiraglio anche sul fronte Chiesa.
All’inizio gli interventi della Conferenza Episcopale Inglese e di Mons.Paglia (sempre lui) a nome della demolenda Accademia per la Vita hanno generato reazioni indignate nei fedeli: pilatesche, servili, prive di coraggio, democristianamente incapaci di dire una parola contro la decisione dei giudici e l’eutanasia implicata.
Poi si sono registrate reazioni più consone, e non solo da parte di vecchi leoni (sempre più isolati) come Mons. Sgreccia e Mons. Caffarra.
Il Papa stesso ha preceduto Donald Trump su Twitter accennando all’argomento, anche se nella maniera più indiretta e vaga possibile (oso indovinare: indispettito e di malavoglia).

Quel che conta è che dal Vaticano è arrivata la disposizione all’Ospedale Bambino Gesù di chiedere il trasferimento, per prendersi cura del piccolo.

Al momento siamo fermi al “Legalmente non possiamo, abbiamo le mani legate” da parte di medici e politici britannici.

Preghiamo.

 

Aggiornamento -28 Giugno- La condanna di Charlie Gard spalanca il baratro.

Charlie Gard medaglietta

Dalla data di pubblicazione sono accaduti un paio di fatti. In positivo: la piccola Marwa Bouchenafa, nonostante il danno cerebrale, è al momento salva. I genitori possono continuare a curarla, i giudici francesi hanno fermato l’iniziativa legale per ucciderla.
Ma al piccolo Charlie Gard da Londra, affetto da malattia degenerativa rarissima, non è stato usato lo stesso rispetto. Nonostante l’impegno dei genitori per salvarlo, la mobilitazione internazionale, i soldi raccolti per trasferirlo negli USA per una cura sperimentale, la semplice volontà dei medici di ucciderlo è stata premiata e ribadita dai giudici attraverso una estenuante sequenza di appelli e sentenze.
Buon ultimo, ed all’apparenza definitivo, il pronunciamento della cosiddetta Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Kafkiano veramente: qualcuno (medico) decide che soffri troppo e la tua vita non merita di essere vissuta. Ma i tuoi genitori no, ti vogliono salvare. Allora subentra il giudice, che nomina una persona “terza” come rappresentante pro forma dei tuoi interessi, povero piccolo che non sai parlare.
Ovviamente questo “guardiano” si pone dalla parte dei dottori dell’ospedale, quindi i genitori diventano formalmente avversari legali degli interessi del proprio figlio. Il supposto interesse ad essere ucciso.

 

Ed eccoci all’idea che un essere umano possa essere condannato arbitrariamente perché malato. Spesso con meno riguardi di quanti se ne hanno per un criminale efferato, per evitargli sofferenze mentre si procede.

Un bambino su cui i genitori non possono far valere il proprio ruolo: lo Stato è padrone assoluto, della vita e della morte. Tutto ciò che hai, la tua famiglia, la tua stessa vita, non sono veramente tuoi, ti sono concessi dall’Autorità. Provvisoriamente, secondo le circostanze.

E notate! Che non si dica che è una questione di soldi, che è colpa del capitalismo, del mitico liberismo, che ci sono “interessi dietro”.
Nossignori, le grandi corporations, gli interessi economici sono sempre e da sempre solo ancelle, contorno, mezzo. Mai il motore ultimo. Chi la butta su questo piano sbaglia bersaglio.
Il caso di Charlie è esemplare: vogliono ucciderlo nonostante il fatto che in questo caso non ci siano in ballo maggiori spese per il sistema sanitario inglese (anzi, la prospettiva di nuove cure sarebbe un business).
Al fondo c’è solo ideologia. Maligna.

E allora uno dice basta. In malora queste istituzioni. Non avrete nessuna lealtà o rispetto da parte mia.

Ho scritto provocatoriamente all’ospedale che ha intentato causa contro il suo piccolo paziente, il Great Ormond Street Hospital and Children’s Charity (notate l’ironia implicita nel nome), che i genitori di Charlie dovrebbero chiedere asilo politico negli USA, come chiunque cerca riparo da un regime oppressivo di qualche nazione canaglia. Come oggi evidentemente è il Regno Unito.
Mi ha risposto la zia di Charlie, dicendo che non è una strada praticabile, ovviamente, perché non si trovano già sul suolo americano.
Amara osservazione. Certo.
Ma bisognerebbe gridarlo dai tetti: preparatevi a chiedere asilo politico agli Usa, forse alla Russia, magari all’atollo di Kiribati. Non siamo più parte di una civiltà. L’Europa dei barbari divora i suoi figli.

Una classe politica seria direbbe: benissimo, non è la prima volta che arrivano sentenze così abnormi, ma si è passato il segno. Dunque ci ritiriamo unilateralmente da una serie di organismi internazionali ed accordi che ci vincolano a decisioni disumane. A cominciare dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Anzi, una nazione civile, che ne ha la forza morale e il peso, dovrebbe istruire processi con cui condannare i giudici della CEDU. Dicendo: attenti cari “giudici”, se vi fate sorprendere entro i nostri confini, 20 anni di carcere non ve li nega nessuno. Che al confronto Milosevic era un galantuomo.

 

Nel frattempo dalla Chiesa Cattolica un assordante silenzio, quasi fossimo diventati (almeno a livello di clero) come i proverbiali arabi che non perdono mai l’occasione di perdere l’occasione.

Tanto per fare da cornice, un’altra sentenza, italiana stavolta (Consiglio di Stato), stabilisce che la Regione Lombardia, ovvero i contribuenti, deve risarcire il padre di Eluana Englaro, pagandogli più di 130mila euro per la grave colpa di non aver eseguito la richiesta di ucciderla. A questo siamo arrivati: la volontà eutanasica è talmente radicata, e lo strapotere dei giudici attivisti ideologici talmente incontrastato, che la legge punisce chi non ha voluto violare la legge, mentre avrebbe dovuto (!), si decide a posteriori, per assecondare il nuovo corso. Disgusto e rabbia.

 

 

Segue l’articolo originale, che fa il punto della situazione secondo un approccio logico.

 

Senza bussola ti perdi

Dicono che bisogna iniziare sempre con una battuta, per mettere il pubblico a proprio agio. Al momento non mi viene in mente niente, ma voi cominciate a ridere sulla fiducia, ché mi pare l’unica.

Tanto siamo pacchi che l’ostetrica spedisce al becchino, diceva quel tale, mi pare fosse Petrolini. Dico davvero, non prendiamoci troppo sul serio.
Forse solo un Cristiano, che non è ossessionato dalla sopravvivenza perché crede che ci sia ben altro dopo, può guardare serenamente alla difesa della vita.
Paradossi della psiche umana: se sei ateo e l’unica cosa preziosa che possiedi è questa esistenza, è facile che quando qualcosa va storto ti trovi a volerla buttare via. Se invece credi che la tua vita non ti appartenga ma te l’abbiano prestata, è più facile che la rispetti e cerchi di farne buon uso anche nelle peggiori condizioni.

 

Nello scorso articolo scrivevo di come l’attuale crisi della Chiesa Cattolica rispecchi un movimento molto più ampio, nella società occidentale, che spinge ostinatamente verso l’annientamento. E quindi trova la sua battaglia ideale, anche da un punto di vista simbolico, nell’eutanasia.

In questa cultura da disgraziati la voce della Fede, di chi poteva parlare di una razionalità che parte dall’amore, è ormai quasi venuta a mancare. Persa in una ragnatela di mea culpa, cede di fronte ad ogni strillo. Eccola allora che accompagna -in nome dell’amore- l’irrazionalità di chi non sa amarsi e non accetta altro che un abbraccio non giudicante. Cancellato il giudizio rimane la lucida follia.

 

Raccontavo del vescovo Vincenzo Paglia, pronto ad elogiare pubblicamente Pannella, l’uomo-simbolo di questa battaglia autodistruttiva e nemico da sempre della Chiesa, proprio mentre parte l’offensiva mediatica per dare la spallata finale e far passare nella testa della gente la “dolce morte” come una cosa buona e desiderabile, partendo dall’immancabile “caso pietoso” costruito ad arte.

Entrano puntuali in scena i lavori parlamentari per legiferare sul cosiddetto “testamento biologico”, la Dichiarazione Anticipata di Trattamento (DAT).

 

Eutanasia=suicidio+burocrazia. Per ora.

Come funziona: per il momento saremo chiamati ad esprimerci (tramite scartoffie) su quali trattamenti sanitari non vorremmo ricevere in futuro. Così, a sensazione, nell’ignoranza di cosa dirà la scienza medica e di quale sarà la nostra situazione personale tra 10 o 20 anni.
Questo tipo di “testamento” si trasformerà gradualmente nel dare disposizioni formali per lasciarci morire. Poi, per ucciderci se siamo vicini alla morte; in seguito, se stiamo troppo male.
Poi si passerà al caso del suicidio, motivato da disabilità, problemi psicologici, infine anche senza motivazione.

Non c’è un confine netto tra l’eutanasia e il togliersi la vita per stupida disperazione. C’è solo una gamma di casi, da chi è già quasi in punto di morte ed in stato di semi-incoscienza, fino all’estremo opposto, di chi scoppia di salute ed avrebbe bisogno di essere preso a schiaffi per tornare in sé.

Cambia il comune sentire, e l’uomo della strada troverà naturalissimo il suicidarsi.
Apri un buco nella diga e…

 

 

Sto esagerando? Leggete l’appello dei giuristi del Centro Studi Livatino: già la legge proposta introduce una forma per ora confusa e mascherata di eutanasia.

Tra i vari aspetti inaccettabili contenuti troviamo l’eutanasia di minore non consenziente, il porre il medico in condizione di non sapere come comportarsi, soprattutto il definire nutrizione ed idratazione artificiali come parte dei trattamenti sanitari.

Pensate ad un giovane sportivo, spavaldo ed estroverso, che non riesce ad immaginarsi immobilizzato in un letto: inorridito dall’idea, può facilmente dichiarare che se finisse in coma non vorrebbe assolutamente ricevere cibo ed acqua attraverso un sondino.

A distanza di anni un medico, che altrimenti avrebbe provato a salvarlo, lo lascia morire di sete per rispettare una scelta che nel frattempo avrebbe potuto essere cambiata.
Infliggere ad una generazione la sorte della povera Eluana Englaro, a gemere spegnendosi lentamente mentre moriva d’inedia, mentre il teatrino delle TV continuava ad insistere che in realtà quella ragazza era “già morta” molti anni prima.

 

Sopprimere i deboli?

Ma non è finita.

Nel frattempo si affermerà il principio di non curare ma far morire, indipendentemente dalla volontà del disgraziato. Prima solo in alcuni casi, poi nella prassi, infine nelle regole.
Perlomeno nella gestione sempre più al risparmio di coperture mutualistiche e assicurative. Davvero pensate che la sanità sia gratuita? Anzi, costa sempre di più, e specialmente per i casi limite.
Gli amministratori stanno già tagliando.

Vuoi cure costose? Se hai i soldi te le paghi tu. Se sei anziano, chi te lo fa fare? Anche se hai i 100mila euro che ti servono per un intervento chirurgico che ti permetterà di sopravvivere -forse- male per i prossimi 5 anni, vuoi dare questo dispiacere ai nipoti? Quelli se scegli un’uscita dignitosa piangeranno un po’, ti ricorderanno con tanta nostalgia, poi ci si compreranno un appartamentino. Ma no, sei tanto egoista che rimani aggrappato ad una vita inutile e penosa, e non solo non gli lasci un soldo, ma pretendi pure che sprechino i loro anni migliori prendendosi cura della tua carcassa…
Vedete com’è facile costruire un ricatto morale che rovesci completamente la logica dell’amore, della pietà e del rispetto?

 

La vita degna di essere vissuta: quella dove è impensabile rinunciare ad un weekend da sballo ad Ibiza, per rimanere accanto ad un nonno che sta tutto il giorno davanti a quella finestra a guardar fuori, e ti racconta cose vecchie e già sentite, confondendosi.
Se tutto è diritto, tutto è egoismo, rivendicazione e lotta.

Alla fine, la legge del più forte si ammanta di formalismi e si chiama giustizia. La nuova giustizia, dove conta solo in che casella ti hanno collocato.

Se sei tra gli scarti…

 

Ovviamente le conseguenze di questa trasformazione sono tantissime, ad ampio raggio, incluso un drammatico scadimento delle cure mediche per tutti e della ricerca.

In questo articolo un avvocato ci spiega, tra le altre cose, che in futuro i medici invece di procedere sempre secondo il giuramento di Ippocrate, con l’obiettivo chiaro di curare, avranno la preoccupazione di cautelarsi contro le cause legali, eventualmente stando attenti al rischio di salvare chi non vuole essere salvato, magari perché si troverebbe a vivere menomato, dopo. I deceduti richiedono molti meno risarcimenti rispetto ai malati cronici.

 

E’ il solito discorso del piano inclinato.

 

Solo teorie catastrofiste? Niente affatto!

Conferme a questo trend se ne trovano veramente tante, non occorre una lunga ricerca. Ricordo già parecchi anni fa di aver letto di anziani danesi che andavano a farsi curare in Germania, perché temevano, a ragion veduta, di essere lasciati morire anche per patologie curabilissime, perché per le autorità sanitarie del loro paese, oltre una certa età del paziente, non vale la pena spendere.

I Paesi Bassi sono all’avanguardia in queste cose, ma si accodano sempre più nazioni, oltre a Belgio e Svizzera. Qui si parla di un progetto di legge del governo olandese, per dare l’eutanasia anche a chi non è malato. Ovviamente, manco a dirlo, rassicurano che

dovranno verificarsi delle «rigide condizioni» ed essere rispettati dei «precisi criteri» per permettere un fine vita «degno».

 

E ti pare? Le rigide condizioni della volta prima vengono messe tra parentesi, ne compaiono di nuove, ma sempre un passo più avanti. Ormai la strada per l’inferno non è solo lastricata di buone intenzioni, è anche punteggiata da paletti.

Qui trovate il caso di una malata di Alzheimer: è stata uccisa con la forza, perché ripeteva disperata di non voler morire, ma ormai la macchina della morte era partita: se rientri nella categoria “problemi mentali”, non ti è permesso cambiare idea, devi morire e basta. Che bel modo di lasciarsi per una coppia: nei tuoi ultimi attimi di vita, tuo marito ti tiene ferma mentre il dottore ti uccide…

E’ semplicemente da pazzi pensare che un futuro in cui l’eutanasia fosse diffusa -e parte del vissuto di intere nazioni- non ci riservi storie peggiori: la mancanza di rispetto per la vita dei medici olandesi è solo un assaggio, perché per ora devono confrontarsi con un mondo pieno di persone ostili all’eutanasia. Non possono ancora esagerare. Epperò son già parecchio avanti!

Sentite la testimonianza del Professor Theo Boer, uno degli esperti che hanno sostenuto la legge, membro di una di quelle commissioni che teoricamente dovrebbero garantire che il tutto è gestito in maniera decorosa, asettica ed impeccabile:

Mi sbagliavo terribilmente pensando che l’eutanasia regolata avrebbe funzionato.
Sempre più persone scelgono il suicidio assistito o l’eutanasia attiva solo perché soli o vecchi. Alcuni di questi avrebbero potuto vivere ancora anni o decenni. Spesso l’eutanasia viene richiesta solo per la pressione fatta dai parenti insieme al desiderio delle vittime che questi stiano bene.

 

In questi giorni fa parlare la vicenda di una bambina di 15 mesi di nome Marwa, in Francia: gravemente malata, mantenuta in vita artificialmente e che avrebbe subito gravi danni neurologici: da una parte i medici che insistono che ormai non avrebbe senso tenerla in vita, dall’altra i genitori con la loro “irragionevole ostinazione” che pubblicano video per mostrare che la piccina risponde agli stimoli. Sta facendo progressi, ma nelle prossime ore si attende la sentenza del Consiglio di Stato francese: la lasceranno vivere?

Come ci informa sulla Bussola Benedetta Frigerio, la legge francese del 2005 è analoga alla proposta italiana perché non parla esplicitamente di eutanasia, ma permette di mettere in mano a dei giudici la decisione se togliere il supporto vitale ad una persona che non è affatto giunta alla fine, né priva di coscienza.

La vita di una bimba, per quanto compromessa, oggetto di infinite battaglie legali per ucciderla.
Come Terry Schiavo ed Eluana Englaro, le ricordate?
Strana pietà davvero, quella di un’autorità cieca che ti condanna e non vuole sentire ragioni, quasi come nel Processo di Kafka, dove a lottare disperatamente dentro un teatro assurdo fatto di formalità non c’è il diretto interessato, ma parenti che gli vogliono bene.

 

Se vi accodate alla moda del momento, dandovi pacche sulle spalle da soli per la vostra moderazione ed equilibrio: “Personalmente non vorrei l’eutanasia, però è giusto che sia data a tutti l’opportunità di decidere come morire”, rassegnatevi, siete entrati a far parte della categoria degli utili idioti. Quelli che pensano di poter aprire un poco il portone del castello assediato lasciandolo solamente socchiuso, e saranno i primi travolti dal dilagare degli invasori.

 

Sottigliezza vitale: se una condizione era presentata come necessaria, diventerà sufficiente.

Quando vi raccontano la fiaba di una buona morte, dove tutto è sotto controllo, fermatevi un momento ad osservare: nei casi che vi propongono, come specchietti per le allodole, sembra esserci una sovrabbondanza di motivazioni, infatti il soggetto:

1. aveva dichiarato di preferire la morte se si fosse trovato in un caso del genere

2. è vicino alla morte comunque

3a. soffre terribilmente
oppure
3b. è completamente incosciente, come se non ci fosse

4. la sua “non è vita”: penosa, senza controllo, senza dignità.

E così, se non ti accodi, pare che vuoi infliggere al prossimo una caterva di sofferenze inutili.

In realtà se ritorniamo ai casi di Terry Schiavo ed Eluana Englaro, il punto 1 è tutt’altro che chiaro (la volontà di lasciarsi morire sarebbe stata espressa in un passato, secondo la testimonianza sospetta del parente stretto che insisteva per la morte della soggetta); il 2 non si applica perché avrebbero potuto sopravvivere anche molti anni. Il 3a non riguarda questi casi, ma comunque di fronte alla sofferenza la risposta sta nelle cure palliative ed antidolorifiche. Il 3b è contestatissimo, esistono infatti sia casi di morte cerebrale in cui i parenti non vogliono rassegnarsi alla realtà, sia persone che vengono descritte come “ormai morte da tempo”, ancora una volta come Terry ed Eluana, che in realtà davano segni di coscienza.

Un caso particolarmente eclatante è quello di George Pickering: un padre che minaccia con la pistola i dottori che vogliono staccare la spina al figlio, viene arrestato e si fa un anno di carcere per questo; ma con la sua mossa disperata ha ottenuto il risveglio del figlio dal coma, mentre già si stavano avviando le procedure di donazione degli organi.
Infine il punto 4: si tratta di non accettare il disagio, i limiti che ti costringono ad affrontare la durezza della vita. Umanamente comprensibile per quelli che si trovano dentro un inferno di incontinenza, immobilità, deprivazioni, situazioni penose. Ma se si avvalorasse il fuggire da queste cose per principio, si fiaccherebbe a morte l’intera società, formata culturalmente a non saper reagire.
Ma dai singoli punti torniamo ad uno sguardo d’insieme.

 

Fate bene attenzione: la sovrabbondanza delle motivazioni non significa che, grazie a protocolli severi, si garantiranno solo “soluzioni pietose” per casi limite in cui il peggio del peggio si verifica, inoltre la persona era consenziente. Lo abbiamo visto succedere per altre battaglie rivoluzionarie in cui l’eccezione è stata allargata fino a diventare la norma, e sta già cominciando a succedere per l’eutanasia: basta che si verifichi una sola delle condizioni. Le avete prese per restrizioni, servivano invece come spunti per estendere.

 

Non quindi 1 AND 2 AND 3 AND 4, ovvero “aiutare” uno che contemporaneamente

 

1. vuole morire,

2. avrebbe ancora poco da vivere,

3. sta tra la sofferenza terribile e l’incoscienza,

4. vive in condizioni disumane ed angosciose.

Ma invece 1 OR 2 OR 3 OR 4, ovvero condannare a morte chiunque

 

1. vuole morire pur essendo in salute (magari l’istinto suicida gli è stato indotto proprio da questa società disumana); oppure

2. vorrebbe vivere ma è molto anziano, pur senza grossi problemi; oppure

3. vorrebbe vivere ma soffre tanto, o magari si dubita che sia mentalmente a posto/che possa risvegliarsi da un coma; oppure

4. vorrebbe vivere ma i sani lo giudicano un rottame che ha una vita indegna di essere vissuta. In realtà li ripugna la vista di una persona che ha perso il controllo delle funzioni fisiologiche/organi di senso/sistema motorio. Vogliono farlo sparire.

 

Dentro di voi in fondo lo sapete: anche se non si arriverà ovunque all’estremo, a realizzare pienamente tutte queste cose, la direzione tracciata è quella; e se ci si fermerà prima, sarà solo per gli ostinati bigotti come il sottoscritto che non si saranno stancati di urlarvi nei timpani che era ora di fermare la valanga.

 

Inutile perdersi nei dettagli provvisori. Le leggi si cambiano, le prassi si piegano. Quello che conta è che su di un piatto della bilancia abbiamo solamente una concezione di civiltà, di sacralità della vita, che è molto forte (nei risultati) se ha alle spalle una cultura forte e non viene attaccata frontalmente, ma è troppo sottile e sfuggente altrimenti da difendere: gli effetti positivi sono troppo indiretti e di lungo termine per essere apprezzati. E sull’altro piatto della bilancia abbiamo invece

A. un enorme incentivo economico a liberarci di milioni di persone che costerebbero una fortuna ad un sistema sanitario al collasso, con una demografia sbilanciata: sempre più vecchi a cui badare.
B. un’onda emotiva popolare, ben alimentata.

 

Ripigliamoci l’umanità.

Falsa pietà, falso coraggio, falsa libertà. Affermare una “qualità della vita” che non significa nulla, se non una vuota ricerca del piacere, fuggendo con paura dalle domande sul senso del nostro vivere, sempre più incapaci di affrontare le avversità. Egoisti, chiusi in noi stessi, capaci di covare rancore rispetto ad un parente che non si decide a morire.

Rassegnati nell’orgoglio, contagiati dal passaparola delle reazioni di pancia, superficiali.
Tutto nascosto dietro alla trama delle parole.

 

Un invito: provate a dire di no. Sono argomenti di cui si evita di parlare. In realtà, però, a prendere il toro per le corna, dopo ci si sente meglio.
Quando vostro zio o un collega vi spara una frase fatta sul non voler morire attaccato ad un tubo, non giratevi dall’altra parte. Meglio un battibecco piuttosto che chiudersi nell’indifferenza, lasciando che il terreno della cultura marcisca.

Condividete per favore questa pagina. O altre che riterrete meritevoli sul tema.

 

Le prime camere a gas furono costruite nel 1939 in ottemperanza al decreto di Hitler del primo settembre, secondo cui alle “persone incurabili” doveva essere “concessa una morte pietosa”. La parola “assassinio” era stata sostituita dalla perifrasi “concedere una morte pietosa”

Hannah Arendt, La banalità del male, 1964

 

 

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