Natale a pezzi, 20 anni dopo.

Questo racconto breve è il seguito della storia natalizia dell’anno scorso, Natale a pezzi, che vi invito a leggere prima di proseguire.

shapes of skyscrapers seen from below, forming a cross in the sky

Sei perduto nel deserto di metallo e cemento. Vedi una croce. Sono i tuoi occhi che ti ingannano?

Apertura.

Pesco nel mio folder per fare ordine. Guardo la foto di Nicole e penso ad un altro Natale triste. Ma chi se ne frega di Nicole. Vuoi andare, vai. Chi ti trattiene.
Butto la foto.

Dove va la mia vita?
Due anni. Mi rivedo proprio lì, a fissare il muro giallo, con il flash message “Connessione rifiutata”.

Tra una settimana torno in Italia, a ***, la mia città natale. Per la cerimonia funebre di papà.

Vecchio pazzo. Mi hai fatto male, ma non riesco a provare rabbia. E poi non sei ancora morto.

 

Zero.

Ecco. Se ne è andato come è vissuto, da lupo solitario testardo, scagliandosi contro un mondo che esisteva ormai solo nei suoi ricordi di mangiapreti orgoglioso.
Ha scelto il 25 dicembre per suicidarsi, o meglio per lasciarci dignitosamente.

Caro papà, ormai importava solo a te la beffa anticlericale, il gesto provocatorio. I preti -quei pochi rimasti- non se li fila nessuno.

Certo, come diceva quel tale, il Natale è “la più irrinunciabile delle feste facoltative”, e la maggioranza la feria se la prende. Anche se non ci credi, il regalino ed il pranzo piacciono a tutti. Ma a che servirebbe oggi (!) questo Gesù Cristo, con bue asinello e mangiatoia, le prediche fatte di pastori, pecore, pane, vino e magia?

 

Uno.

Così ti sei tolto di mezzo. Hai levato il disturbo nella festa del bambino che nasce, tu che sotto sotto avresti desiderato dei nipotini, anche se non me l’hai mai detto.

Veleno per bocca, gli ultimi istanti leggevi un vecchio libro di carta, rilegato, di un poeta giapponese che nessuno legge più. Eri solo. Quegli stanzini asettici, vuoti, con le pareti bianchissime mi mettono i brividi.

Ed eccoci al funerale, al Krematorium. Il giorno stesso perché volevi una cosa sbrigativa, così non ho fatto in tempo a rivederti: alle 9 ero appena arrivato all’aeroporto, era quello il tuo piano. Un ultimo sgarbo come ai vecchi tempi.

I saluti del cerimoniere, la lettura delle congratulazioni del Sindaco (che cosa se ne farà mai la gente che accede all’eutanasia, di sapere che l’amministrazione comunale manda una lettera standard per felicitarsi, non lo so proprio).
Un discorso di circostanza sciatto e impersonale perché non c’erano colleghi dell’Università, non hai invitato nessun amico o conoscente e forse non sarebbero venuti comunque. Ed io, il solo tra i pochi presenti ad averti incontrato, non ho nulla da dire. Troppi anni sono passati.

Chissà se mamma è ancora viva.

La poesia col gong ce l’hai risparmiata, anche se va di moda. Il brano di Brahms ci stava, ma stranamente ascoltarlo in quel momento mi trasmette una sensazione di disagio, come quando aspetti che si aprano le porte dell’ascensore.

Scappo fuori. E mi metto a girare la città, avvolto nei miei pensieri, di nebbia dolciastra, grigia e acre.

 

Due.

Dopo aver vagato un po’ senza meta mi ritrovo nella piazzetta ***, la stessa dove 20 anni prima mio padre mi insegnò il compatimento per i credenti.
Ci sono solo saracinesche abbassate; al posto della edicola di giornali di carta, un chiosco di panini che sembra chiuso da una vita: cartelli sbiaditi e bisunti, un tempo dovevano essere stati coloratissimi, con scritte in arabo.
Ma la piazza l’ho riconosciuta subito: alla destra ed alla sinistra ho visto spuntare le due chiese.

Mi sento calato improvvisamente in una scenografia teatrale. Per un poco questa vista strana e familiare mi distoglie dall’amarezza.

La chiesetta vecchia, in stile finto antico, sta sempre lì, immobile.
Dall’altra parte il chiesone nuovo è ancora un cantiere indecifrabile. Dal cubo immane di cemento si partono 6 torri squadrate, corte e sghembe (almeno io ne conto 6), come un istrice disegnato da un bambino; ma al centro un torrione immane, spigoloso, ancora circondato da ponteggi, si alza per arrivare chissà dove.

 

Tre.

Ormai si è fatto buio. Le vicende di quegli edifici disgraziati me le narra la guida contestuale di Google, mentre cerco un bistrot ivoriano per mettere qualcosa sotto i denti.

Poco da dire sulla chiesetta di San Romualdo. Ritrovo di un gruppo di irriducibili tradizionalisti, è stata chiusa per 6 anni a causa di una disputa giudiziaria e ha riaperto da poco.

Invece più interessante la storia del cantiere del chiesone, intitolato “Pace e Fratellanza, Paolo VI e Martin Luther King”
Lavori interrotti a più riprese per irregolarità e rischio sicurezza, progetto modificato con budget triplicato, polemiche per il finanziamento pubblico, ora è aperto parzialmente e ospita “momenti di condivisione liturgica” e, leggo, “comunioni di povertà” che non so cosa diavolo siano.
A proposito, curiosa scia di polemiche giornalistiche perché proprio lì avevano ospitato una celebrazione ecumenica nazionale ma avevano negato la partecipazione al gruppo dei satanisti. Si vede che pure la Chiesa Nuova ogni tanto ha degli standard.

 

Mi allontano e do ancora uno sguardo alle strutture.
La guida in sovrimpressione mi propone i prossimi appuntamenti di domani: se punto lo sguardo in una direzione la messa antica in latino, nell’altra invece un “momento” in spagnolo…
Si sa che tirano a campare trovando nuovi fedeli nelle masse bisognose e facilmente impressionabili di freschi immigrati dal Sudamerica e dalle Filippine…

Ma del resto anch’io mi sono globalizzato, non potevo restare nella vecchia Italia sclerotica e depressa. Gente che va e che viene.

 

Quattro.

Trovato il bistrot entro. Non so quanti metri ho fatto, sono un sonnambulo.
Mi accoglie un tizio con le treccine. Qui sono tutti rasta. Più che ivoriano sembra di essere in Giamaica. Tra le tavole di legno scuro, le luci basse ed un vago odore di spinelli, ci si perde volentieri.
Ed infatti hanno una bella selezione di rum.

Prendo il classico foufou con banane platano, yam e olio di palma, che mi arriverà troppo speziato alla maniera caraibica, CVD.
Per accompagnarlo, zuppa di manzo e arachidi che dovrebbe passare per maafe, e una birra alsaziana.

Navigo ancora col pensiero. Papà, che hai fatto? Cosa volevi dire con la tua vita?
Mi sorprendo. Come mi è affiorata nella coscienza una domanda del genere?

La cameriera arriva con calma e mi lascia i piatti sul tavolo con un gesto sbrigativo, mentre mi fissa un momento in maniera strana. E se ne va.
Che era quello sguardo? Interrogativo, di disprezzo?
Aveva le labbra esageratamente protese in fuori?
No, non devo giudicare le sue labbra, questo è razzismo interiorizzato. Scaccio il pensiero.

 

Cinque.

Mangio e ancora rifletto su quelle superstizioni cattoliche, a come si sono ridotti. Forse sto scappando da papà. Cerco distrazioni.

Ma non era stato proprio lui a farmi notare come quelle chiese di pietra erano diventate simboli involontari delle Chiese a cui appartenevano?

Non male davvero questa carne.

Da una parte non si sono fatti mancare la papessa, dicono lesbica ma stranamente non lo ha mai ammesso, che molti volevano chiamare Mama ma forse per questo insisteva ad essere appellata “solamente sorella Chiara”. E poi si è dimessa all’improvviso, senza dare spiegazioni. Il papa modernista attuale è sotto inchiesta per reati finanziari assieme a tutta la Tavola Direttiva.

Dall’altra parte si trovano dei vittimisti con la vocazione a mettere il naso nella vita del prossimo, vecchi moralisti che devono avere degli scheletri nell’armadio belli grossi.
Difatti il papa latino attuale è in carcere, anche se in quella vicenda non ci ho capito granché, dicono sia innocente.
Beh, certamente crimini di odio ne ha commessi, ma a dirla tutta pure io mi sono frantumato i mangostani di questi reati intellettuali, ché non puoi dire una parola di troppo o ti mettono in croce.

Eh, strana espressione, penso contemplando la ciotola della zuppa quasi vuota. Mettere in croce.
Forse l’unica cosa buona di questi pazzi religiosi è la croce. Quel tipo che è morto per quello in cui credeva, beh, lo rispetti. Brutta morte, ormai diventata banale.
Ma tutto il resto?

 

Vorrei provare ad attaccare bottone, ci sono un paio di tizi locali che non si capisce se sono i padroni o i clienti, stanno al bancone a due metri da me e bevono e ridono e parlano piano. No, ma non danno confidenza e poi non ho davvero voglia di parlare.

 

Sei.

Fumo un sigaro+. Un po’ di stordimento.

Papà davanti all’altalena, quanto avrò avuto, quattro anni?
La ghiaia sulle ginocchia, che male…
Ah che brutta bestia la nostalgia. Un pianto, mi aveva preso in braccio. Si stava meglio da piccoli, senza capire.

Mi viene l’istinto di tirare fuori il portafoglio per pagare. Sto diventando vecchio?
Guardo il riepilogo della serata in sovrimpressione. Tutto ok, almeno quello. Mancia standard.

Esco. La notte si è fatta gelata.

 

Se torno al residence entro l’una faccio in tempo per Pornocollettivo… Ma neanche per l’idea. Voglio sbattere sul letto e dormire 13 ore, poi dopodomani ho l’aereo.
Non li reggo più bene i sigari+ di quelli buoni.

Chiamo un taxi.

Guardo un barbone accasciato al suolo, un cumulo di stracci. Forse è morto. No, la termografia è ok. Cancellare la registrazione. Confermato.
Io non ti ho visto. Non voglio rogne.

Un lampo, un’idea improvvisa: mio padre non ha mai avuto paura perché ha sempre cambiato discorso.

Ma che ne so. Io ho paura. Del niente. Della mia vita.

 

Zero.

Sono arrivato al residence. Gran corridoio vuoto, una fila di luci forti. Tante porte blu allineate, chiuse. Dal bistrot alla mia camera non ho più incontrato un’anima.

In pochi minuti mi metto a letto. Ma mi è passato il sonno.

Assistente: modalità sdraiato, visuale esclusiva. Metti un film antico, tema: oggi.
Va bene, vediamo questo James Stewart.
1946? Basta che non sia un film di guerra. Come si intitola?

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